L’Intelligenza Artificiale (AI) sta rivoluzionando e sempre più rivoluzionerà il nostro modo di vivere e di lavorare. Tutte le professioni sono destinate a radicali trasformazioni. Non ci sono zone franche. Sino a un anno fa alcuni mestieri venivano considerati al riparo dall’impatto dell’AI. Un esempio per tutti: i programmatori e sviluppatori di software. Ma tutto si evolve a grande velocità, ed ora già si parla di “apocalisse software”: anche loro rischiano di perdere il posto se non si adattano al cambiamento. Di questi e altri temi inerenti all’AI parliamo con il prof. Giovanni Miragliotta, co-direttore dell’Osservatorio AI del Politecnico di Milano, presso cui insegna Advanced Supply Chain Planning (Pianificazione Avanzata della Catena di Distribuzione) e “Industrial Plant Design” (Progettazione Impianti Industriali).
Secondo alcuni esperti l’Intelligenza Artificiale (AI) più che sostituire l’intelligenza umana ha in sé il potenziale per ridefinirla. Il suo utilizzo infatti è facilitato se l’utente dispone delle cosiddette “soft skills”, come creatività, spirito critico, capacità decisionali, attitudine ad interagire e a supervisionare il lavoro delle persone. Vuole approfondire questo argomento, prof. Miragliotta?
Prima di affrontare il tema delle “soft skills” è utile svolgere alcune considerazioni che stanno alla base di tutto il discorso sull’AI. Occorre innanzitutto distinguere fra ciò che intendiamo attualmente per Intelligenza Artificiale e ciò che essa è destinata a diventare in futuro. Per quanto riguarda il primo contesto voglio citare un editoriale pubblicato in uno degli ultimi numeri della rivista “Nature”, una delle più prestigiose in campo scientifico. In sostanza gli autori invitano a prendere atto che oggi non si tratta di chiederci se le macchine arriveranno a disporre di un’intelligenza uguale a quella umana media, ma di riconoscere che ciò è già avvenuto. Non solo, fra 10 o 15 anni potremmo trovarci in una fase nuova, in cui avremo a che fare non con la AI generale, cioè un’intelligenza artificiale simile alla nostra, ma con una Super-Intelligenza, qualcosa che va oltre la generale intelligenza umana e della quale peraltro già riusciamo ad osservare o intravedere alcuni aspetti. Ma restiamo al primo contesto, quello della AI così come la conosciamo oggi. Di che si tratta? Essenzialmente di uno strumento che consente di estendere nello spazio e nel tempo il confine delle nostre capacità. Per capire di che stiamo parlando, guardiamo a quanto avvenne in passato con i processi di meccanizzazione ed al modo in cui essi cambiarono radicalmente il nostro modo di lavorare e di vivere. Ogni passo dello sviluppo tecnologico, che fosse il trattore in agricoltura o le macchine calcolatrici o i computer, richiese una evoluzione del nostro approccio alle attività lavorative e quindi uno sviluppo delle “soft skills” di cui lei parlava nella domanda, ma comportò anche la necessità di impadronirsi di nuove abilità di tipo “hard”, cioè nuove competenze tecniche specifiche. In altre parole, lo spirito critico può svilupparsi ma non può prescindere dall’apprendimento delle nozioni su cui si deve esercitare. E per essere ancora più chiari, senza le hard skills le soft skills servono a ben poco.
Interessante il parallelismo fra l’avvento dell’AI e le precedenti tappe importanti del progresso tecnologico, che hanno rappresentato un salto verso modi di vivere e lavorare del tutto diversi rispetto al passato. Vuole approfondire questo argomento?
Con l’AI riusciremo a fare cose che oggi non ci possiamo permettere. Faccio qualche esempio. Prendiamo il campo dell’educazione. Attualmente l’insegnamento ha certamente caratteristiche diverse rispetto a 30 anni fa: classi più piccole, maggiore interazione fra scuola e mondo produttivo, più attenzione alla valorizzazione delle “soft skills”, importanza dello studio delle lingue, etc. L’impianto complessivo del sistema scolastico però è rimasto identico. Con l’AI invece esso cambierà radicalmente. L’accento sarà spostato da un lato verso la personalizzazione dell’apprendimento in funzione delle attitudini, e dall’altro verso modalità più attive che consentano di mescolare continuamente apprendimento e applicazione, sperimentazione e teorizzazione. Avremo un più facile accesso alle conoscenze già disponibili, ma anche all’acquisizione di nuove conoscenze. Le attività professionali saranno rivoluzionate. Prendiamo la medicina. Cinquant’anni fa i medici non potevano basarsi su analisi raffinate come accade ai tempi nostri e si limitavano a prescrivere farmaci generici per la cura. Oggi siamo già andati molto oltre. La ricerca scientifica ha reso economicamente accessibili analisi complesse che permettono al medico di formulare terapie o attività di riabilitazione meglio calibrate. L’AI consentirà un ulteriore passo in avanti verso metodi di cura personalizzati, cioè non genericamente validi per coloro che presentino certi sintomi, bensì per quell’individuo e non per altri. Meccanismi di cambiamento simili avverranno in ogni campo, dall’arte all’educazione alla produzione materiale.
L’”Osservatorio AI del Politecnico di Milano”, di cui lei è co-direttore, sta studiando un fenomeno che voi definite “disallineamento cognitivo”. In parole povere chi utilizza l’AI lavora più velocemente rispetto a chi non ne fa uso, ma non è pienamente consapevole di ciò che fa. Addirittura il tempo risparmiato grazie all’uso dell’AI viene perso per capire a posteriori cosa è stato fatto. Paradossalmente dunque l’AI può anche risultare inutile o addirittura nociva?
Prendiamola alla larga. Ancora una volta mi rifarei alle esperienze passate. Prima che iniziasse l’uso diffuso dei calcolatori nessuno sapeva l’impatto che ciò avrebbe avuto sulla formazione delle persone. Con il passare del tempo si è capito che non si può prescindere da certe conoscenze matematiche fondamentali, dalle tabelline nelle elementari all’analisi funzionale nelle superiori, tanto per fare qualche esempio. Tornando all’AI, alcuni studi rivelano appunto che se ti affidi integralmente ad essa, per eseguire le attività, perdi via via le abilità di eseguirle da solo, e perfino la cognizione necessaria per avere il cosiddetto pensiero critico. Pezzi dei metodi tradizionali di apprendimento e di lavoro devono essere mantenuti. Si tratta di capire quali. Stiamo attraversando proprio questa fase, nella quale bisogna elaborare le modalità del nostro rapporto con l’AI.
Le faccio ora una domanda che spero sia considerata stimolante e non provocatoria. In Inghilterra l’azienda Narwhal Labs, che lavora nel campo dell’intelligenza artificiale, pubblicizza il proprio prodotto paragonandolo ad una dipendente donna che “lavora più di tutti e non chiederà mai un aumento”. Cosa c’è di vero o di esagerato in questa immagine dell’AI come entità che consente di risparmiare perché rende meno necessario il lavoro umano? L’utilizzo distorto dell’AI è un problema vero o i timori al riguardo sono esagerati?
Conosco l’episodio. Direi che come escamotage pubblicitario non è nemmeno particolarmente originale. In passato ci fu chi reclamizzò un certo software come un operatore che lavora 24 ore su 24 senza stancarsi. Risalendo agli anni settanta, ricordo lo slogan “i robot non scioperano”. Collocherei queste “trovate” nel mondo delle strategie comunicative. E tuttavia il problema esiste: Ci sono due modi di usare l’AI. Uno è di tipo predatorio e “sfrutta” l’invenzione per ricavarne il massimo della produttività senza curarsi dell’impatto sociale, culturale, psicologico. Il modo corretto implica invece lo sviluppo di criteri deontologici ai quali adeguarsi nel maneggiare l’AI, pur nella convinzione che la tecnologia rende anti-economiche certe mansioni, e dunque è necessario fare in modo che le persone evolvano per poter svolgere certe attività in maniera diversa. Siamo in una fase di cambiamenti velocissimi. Negli ultimi tre mesi, per fare un esempio, è emersa la possibilità di programmare i codici informatici ricorrendo all’AI anziché lasciarne il compito alla persona. E si scopre che attorno allo sviluppo di un software la scrittura del codice rappresenta un aspetto piccolo, forse il 20% di quell’attività. Non possiamo disporre di una tecnologia che consente di innalzare ad alti livelli la produttività del lavoro, e decidere di non utilizzarla. Pesco un altro esempio dalla storia dello sviluppo economico. Meno di trecento anni fa, prima dell’invenzione della macchina a vapore, l’80% degli esseri umani erano impegnati nell’agricoltura e nella tessitura, cioè lavori che soddisfacevano i bisogni primari: nutrirsi e vestirsi. Oggi a quelle attività si dedica meno del 3% dell’umanità. Quell’invenzione ha consentito sviluppi in ogni campo, sociale, economico, culturale, artistico. Un altro esempio, più circoscritto e vicino a noi, anche sul piano geografico. Negli anni cinquanta in Emilia la cooperativa edilizia CPL Concordia si trovò di fronte al dilemma se acquistare o no la prima ruspa. Il timore, imprenditoriale ed etico, era che ciò portasse a un taglio del numero di braccia necessarie all’attività aziendale. La ruspa fu acquistata e da allora la cooperativa si è espansa, arricchita e ha provveduto ad una grande quantità di importanti opere pubbliche. Per tornare al punto di partenza, l’AI è necessaria, non ha senso frenarne la diffusione. Ciò va fatto nel rispetto di norme deontologiche precise per tutelare coloro che dall’impatto con l’AI risultano maggiormente spiazzati. Fortunatamente il sistema di welfare italiano ed europeo è più protettivo rispetto ad esempio a quello americano in cui si può essere licenziati in tronco da una settimana all’altra. Ma ciò non significa che anche nella nostra Europa o in Italia non si possano generare tensioni nel periodo di transizione, e non vadano creati i necessari meccanismi di ammortizzamento e attenuazione dell’impatto.
Quale nesso vede fra la diffusione dell’AI e le dinamiche demografiche? Secondo varie ricerche, tra cui quelle del vostro Osservatorio, il numero degli occupati italiani nei prossimi anni è destinato a ridursi drasticamente. L’introduzione dell’AI, anziché provocare disoccupazione, come spesso si teme, potrebbe al contrario supplire alla carenza quantitativa di forza lavoro?
Ogni due anni noi aggiorniamo le statistiche e le previsioni sul nesso fra sviluppi demografici ed occupazionali. Già nel 2018 si capiva che entro quindici anni si sarebbe accentuato drammaticamente lo sbilanciamento fra chi esce dall’attività lavorativa e chi vi entra. Nel 2024 giungemmo alla conclusione che ci restano solo dieci anni di tempo per fare in modo che la produttività media del lavoro in Italia cresca del 25%. Se ciò non avviene il nostro sistema previdenziale sarà fortemente e criticamente sbilanciato. Lo sviluppo dell’AI contiene modalità per recuperare il calo della popolazione attiva, anche perché, per come è disegnato ora, il nostro sistema previdenziale rischia il collasso.
Secondo una ricerca effettuata nel 2025 dalla Fondazione Randstad sono dieci milioni i lavoratori italiani esposti agli effetti dell’intelligenza artificiale. E’ un dato generico che comprende una casistica molto ampia: dalla cancellazione di certe mansioni al rimodellamento di altre o addirittura alla creazione di nuovi tipi di lavoro. Vuole farci un quadro delle varie situazioni?
Questo tipo di previsioni lasciano un po’ il tempo che trovano. Le dico questo. Solo un anno fa Il World Economic Forum pubblicò una lista delle professioni apparentemente immuni da un eventuale calo occupazionale legato all’AI. Al primo posto fra i mestieri garantiti compariva quello dei programmatori e sviluppatori di software. Oggi già si parla invece di “apocalisse software”! La realtà è che nessun segmento professionale e settore produttivo sfuggirà agli effetti della diffusione dell’intelligenza artificiale. Pensiamo alle banche. Ancora oggi si servono di sistemi di software che risalgono agli anni novanta, perché ritengono costoso e pericoloso cambiarli. Ma il bisogno c’è, e ora la domanda di nuovi software significa domanda di AI che generi nuovi software. Ogni mestiere sarà rovesciato come un calzino dalla sempre maggiore penetrazione dell’AI nell’attività umana. La mia professione di docente già ora ne è condizionata. I miei studenti presi nel loro complesso spesso ne sanno più di me, perché partecipano alle lezioni avendo preventivamente anticipato, anche su mio suggerimento, delle pre-letture o un confronto con modelli di approfondimento, o semplicemente perché hanno già una esperienza lavorativa alle spalle. Per tornare alle banche o ad altre attività in cui si faccia largo uso dell’informatica, serviranno analisi più complesse per trovare ambiti nuovi nei quali inserire i software e trovare il modo di collegare i nuovi software ai vecchi. E concludo con una lapidaria risposta finale alla domanda sui mestieri che sono più o meno esposti agli effetti dell’AI: una lista dei salvi e dei condannati non esiste.
Che atteggiamento hanno le aziende italiane rispetto all’AI? Quali sono i settori produttivi più favorevoli rispetto alla sua introduzione?
Direi che sono abbastanza ricettive. Fra le grandi aziende il livello di attenzione è altissimo. Fra l’80 e il 90% hanno fatto programmi per abituare i dipendenti al suo arrivo. Fra le piccole e medie, ciò vale per una su quattro. Siamo più o meno allo stesso livello degli altri grandi Paesi europei, Germania compresa. Ma ciò che voglio sottolineare è che serve un enorme sforzo di riflessione, uno sforzo collettivo per una comunicazione corretta, non inficiata dall’emotività, affinché si chiarisca che abbiamo tutti bisogno di un investimento nella conoscenza e nel rinnovamento, che sia scevro sia da suggestioni illusorie sia da paure infondate. Purtroppo sinora è stato fatto molto poco in tal senso. Anche le aziende che usano l’AI, nel complesso non hanno apportato radicali trasformazioni al loro modo di operare. Hanno semplicemente aggiunto l’AI a ciò che già facevano, anziché trasformare il loro modo di produrre sulla base dell’AI. Siamo più o meno in linea con ciò che sta avvenendo in Europa, cioè purtroppo molto poco. Il grosso è ancora da fare. Quel che abbiamo fatto sarà forse il 2% di ciò che sarebbe necessario.