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Salario giusto: la strategia del Governo nel Decreto Primo Maggio per le retribuzioni

LUNEDÌ 27 APRILE 2026 | Lascia un commento
Foto Salario giusto: la strategia del Governo nel Decreto Primo Maggio per le retribuzioni
Scritto da Marco Fior

In occasione del prossimo Decreto Primo Maggio, l'Esecutivo sta definendo le linee guida di una misura denominata salario giusto. L'intervento mira ad affrontare il problema degli stipendi stagnanti in Italia, un fenomeno che persiste dagli anni Novanta, proponendo una soluzione alternativa al salario minimo legale richiesto dalle opposizioni. Invece di stabilire una soglia oraria fissa per legge, il provvedimento punta a valorizzare e rafforzare la contrattazione collettiva esistente, riprendendo alcuni concetti già espressi nel Jobs Act del 2015.

 

Dal salario minimo al rafforzamento dei contratti leader

La differenza sostanziale tra la proposta delle opposizioni e quella del Governo risiede nel meccanismo di applicazione. Mentre la prima ipotizza una base di 9 euro l'ora valida per tutti, il salario giusto si focalizza sull'articolo 51 del decreto legislativo 81 del 2015. 

L'idea è quella di selezionare i contratti collettivi nazionali considerati più rappresentativi per ogni settore, elevandoli a riferimento legale e chiamandoli contratti leader. In questo modo, i parametri economici e le tutele definiti dai sindacati e dalle associazioni datoriali maggiormente significativi diventerebbero il termine di paragone per l'intero comparto.

 

La lotta ai contratti pirata e i vantaggi per i lavoratori

Il principale obiettivo operativo del salario giusto è l'eliminazione dei contratti pirata, ovvero quegli accordi siglati da sigle poco rappresentative che offrono retribuzioni e tutele inferiori agli standard di mercato. Una volta individuati i contratti di riferimento, gli ispettori del lavoro e i tribunali avranno strumenti più solidi per contestare le paghe troppo basse. 

Le aziende che non si adegueranno a questi livelli minimi di tutela potrebbero subire conseguenze concrete, come l'esclusione dagli appalti pubblici o la perdita dell'accesso a bonus e sgravi fiscali previsti dalle normative vigenti.

 

Il nodo della rappresentatività e le parti sociali

Nonostante l'impianto generale sia definito, resta da sciogliere il nodo cruciale dei criteri di rappresentatività. Al momento non è stato stabilito con precisione cosa renda un contratto più rappresentativo di un altro. Il Governo ha manifestato l'intenzione di avviare un confronto con le parti sociali per definire questi parametri, un passaggio ritenuto indispensabile per dare oggettività alla norma. 

Il successo della misura dipenderà dunque dalla capacità di dialogo tra sindacati e associazioni di categoria per individuare i contratti che dovranno fungere da guida per il mercato del lavoro.

 

Tutele per chi non aderisce ai contratti nazionali

Un aspetto delicato riguarda quella piccola percentuale di lavoratori che non è coperta da alcun Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro. Sebbene i dati indichino che oltre il 95% dei dipendenti italiani aderisca a un Ccnl, una fetta di occupati rischierebbe di rimanere esclusa dai benefici del salario giusto. 

Per ovviare a questo problema, si sta ipotizzando l'introduzione di una norma sperimentale che preveda una sorta di salario minimo specifico per le intese che rimangono fuori dalla contrattazione collettiva nazionale, garantendo così una copertura economica anche ai lavoratori meno tutelati.



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