L'Italia forma sempre più laureati rispetto al passato. Ma non abbastanza. E quelli che forma, spesso, li perde.
È questa, in sintesi, la fotografia che emerge dal Rapporto Annuale ISTAT 2026, pubblicato nelle scorse settimane. Un documento che vale la pena leggere con attenzione, non solo per chi studia o lavora nel mondo dell'istruzione, ma per chiunque si muova nel mercato del lavoro italiano, da candidato o da datore di lavoro.
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Nella fascia d'età 25-34 anni, quella in cui normalmente si entra nel mondo del lavoro dopo un percorso universitario, solo il 31,6% degli italiani è in possesso di un titolo terziario. La media dell'Unione Europea è del 44,1%.
Tredici punti percentuali di distanza. Non è un gap trascurabile: significa che l'Italia produce una quota significativamente inferiore di forza lavoro altamente qualificata rispetto alla maggior parte dei suoi partner europei. E questo si riflette, inevitabilmente, su tutto il sistema produttivo.
Va detto che i progressi ci sono stati: il numero di 25-34enni che conseguono una laurea ogni anno è quasi triplicato dal 1999 al 2024, arrivando a 544mila unità. Ma il confronto con l'Europa resta impietoso, e il ritardo accumulato non si colma facilmente.
Prima di parlare di chi se ne va e di chi resta indietro, vale la pena ricordare perché la laurea continua a fare la differenza, con dati concreti alla mano.
Secondo l'ISTAT, il tasso di occupazione raggiunge l'85,3% tra chi possiede un titolo terziario. Scende al 74,6% tra i diplomati, e crolla al 56,1% tra chi ha solo la licenza media. Quasi trenta punti percentuali di differenza tra il livello di istruzione più basso e quello più alto: un divario che da solo dice quanto il titolo di studio conti ancora sul mercato del lavoro italiano.
Ma non è solo una questione di trovare lavoro. La laurea è anche il principale fattore di protezione dalla povertà: la povertà assoluta colpisce il 15,1% delle persone con al massimo la licenza media, contro appena il 2,3% dei laureati. E, fatto meno noto, è associata anche a una maggiore aspettativa di vita: 4,2 anni in più per gli uomini laureati rispetto ai coetanei meno istruiti, 2,8 anni in più per le donne.
Investire nell'istruzione non è solo una scelta professionale. È, letteralmente, una scelta che incide sulla qualità e sulla durata della vita.
Il dato più preoccupante del Rapporto ISTAT 2026 non è quanti laureati produciamo, ma quanti ne perdiamo.
Nel 2024, tra i giovani italiani di 25-34 anni con almeno una laurea, gli espatri hanno superato i 25mila, a fronte di poco più di 4mila rimpatri. Il saldo netto è negativo per quasi 21mila unità, ventimila giovani altamente istruiti che hanno lasciato l'Italia nell'arco di un solo anno, senza essere rimpiazzati da un flusso equivalente in entrata.
La situazione è ancora più critica per i profili più specializzati: il 10,4% dei dottori di ricerca formati in Italia lavora all'estero. Le ragioni che loro stessi indicano sono chiare: l'81,7% cita la mancanza di opportunità di impiego adeguato, il 73,7% la retribuzione più bassa rispetto ai Paesi di destinazione.
Non è un problema di attaccamento al Paese. È un problema di offerta: quando il mercato del lavoro non riesce a valorizzare le competenze più elevate, né in termini di ruolo né in termini economici, chi può scegliere, sceglie altrove.
Il quadro complessivo non è fatto solo di criticità. Il Rapporto ISTAT segnala anche progressi reali su due fronti che meritano attenzione.
Sul fronte degli abbandoni scolastici precoci, l'Italia ha raggiunto in anticipo l'obiettivo europeo fissato per il 2030: la quota di giovani che lasciano la scuola senza un titolo superiore è scesa all'8,2% nel 2025, al di sotto della media UE (9,1%) e in netto miglioramento rispetto al 2005, quando il divario con l'Europa era di 6,5 punti.
Sul fronte dei NEET, i giovani tra 15 e 29 anni che non studiano, non lavorano e non seguono percorsi di formazione, il dato è passato dal 25,7% del 2015 al 13,3% del 2025. Quasi dimezzato in dieci anni: un segnale positivo che testimonia come le politiche attive del lavoro e l'ampliamento dell'offerta formativa stiano producendo qualche effetto concreto.
Resta però una fragilità strutturale che il Rapporto definisce esplicitamente come "marcata": il 36% degli studenti all'ultimo anno delle superiori presenta competenze inadeguate in italiano e matematica. L'8,7% si trova in condizione di dispersione implicita, con livelli insufficienti anche in inglese.
A stare peggio sono i ragazzi rispetto alle ragazze, in particolare chi ha un background migratorio o proviene da famiglie in difficoltà economica. Il sistema scolastico italiano, insomma, fatica ancora a garantire uguaglianza di opportunità, e quelle lacune negli apprendimenti di base si trascinano poi nell'ingresso al mercato del lavoro.

Se stai pensando di laurearti, o se hai già una laurea e stai valutando se continuare a studiare, i dati ISTAT parlano chiaro: il titolo di studio continua a fare la differenza, in modo significativo, su occupazione, reddito e qualità della vita.
Se sei un giovane laureato e stai guardando anche alle opportunità all'estero, sei in buona compagnia. Ma vale anche la pena esplorare a fondo il mercato italiano: ci sono settori, tecnologia, sanità, ingegneria, finanza, dove la domanda di profili qualificati supera l'offerta, e dove le condizioni stanno migliorando.
Il dato sui 21mila cervelli persi in un anno non è solo una questione di politica nazionale. È un problema concreto per le imprese italiane che cercano profili qualificati e faticano a trovarli.
La carenza di laureati, e la tendenza dei migliori a guardare all'estero, impone alle aziende una riflessione seria su come attrarre e trattenere talenti: retribuzioni competitive, percorsi di crescita reali, cultura aziendale che valorizzi le competenze. Non sono optional: sono le condizioni minime per competere su un mercato del lavoro sempre più internazionale.
Che tu stia cercando lavoro dopo la laurea o che tu sia un'azienda alla ricerca di profili qualificati, il mercato del lavoro italiano offre opportunità, ma richiede di muoversi con metodo.
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Fonte: ISTAT - Rapporto Annuale 2026, pubblicato maggio 2026. Tutti i dati citati nell'articolo sono tratti direttamente dal documento ufficiale dell'Istituto Nazionale di Statistica.
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