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Il PNRR ha favorito la crescita Meno chiaro l’impatto sul mercato del lavoro. Così l’economista Giuliano Resce

LUNEDÌ 15 GIUGNO 2026 | Lascia un commento
Foto Il PNRR ha favorito la crescita Meno chiaro l’impatto sul mercato del lavoro. Così l’economista Giuliano Resce
Scritto da Gabriel Bertinetto

I giudizi sui modi in cui è stato attuato il PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) e sui risultati ottenuti variano non solo a seconda delle parti politiche ma anche degli stessi esperti. Il prof. Giuliano Resce, docente di Economia Politica all’Università del Molise, esprime in questa intervista un punto di vista piuttosto articolato. Sostanzialmente la valutazione per Resce è positiva. I difetti da altri riscontrati (ad esempio le numerose deroghe che hanno consentito di utilizzare i fondi modificando in parte gli obiettivi) sarebbero accorgimenti necessari ad impedire che ingenti somme di denaro rimanessero inutilizzate. Particolarmente importante poi è la spinta che il PNRR ha dato “alla convergenza fra aree geografiche”, poiché il 40% delle somme è stato investito al Sud. 

 

Stanno per scadere i tempi previsti per l’attuazione del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), ed è il momento di tentare un primo bilancio. Cinque anni fa, quando l’operazione partì con il denaro del Recovery Plan che l’Europa ci metteva a disposizione, molti dissero che si trattava di un’occasione unica ed imperdibile. La domanda, prof. Resce, è questa: siamo riusciti a coglierla questa occasione oppure no?

Sintetizzando direi che, al netto dei 200 miliardi che sono stati spesi, dal PNRR abbiamo tratto un vantaggio economico ragguardevole. Due report di Banca d’Italia (https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/qef/2025-0951/index.html?dotcache=refresh e https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/qef/2025-0953/index.html) descrivono la crescita che c’è stata nel periodo 2021-2024, senza nascondere che essa è dipesa in larga misura dal PNRR. L’utilizzo di quei fondi ha dato anche una forte spinta alla convergenza fra aree geografiche, perché il 40% delle somme sono state investite nelle regioni meridionali. Senza voler fare del sensazionalismo, oserei dire che un simile processo di convergenza non si osservava nel nostro Paese dai tempi del primo dopoguerra, quando fu varata la Cassa del Mezzogiorno, che nella sua prima fase permise di attuare grandi opere pubbliche, dall’Autostrada del Sole agli impianti fognari comunali. Ecco, il PNRR è in qualche modo assimilabile al progetto della Cassa del Mezzogiorno, avendo anch’esso consentito di indirizzare ingenti risorse verso interventi di tipo infrastrutturale nel campo della digitalizzazione. Un altro aspetto importante del PNRR riguarda il modello di governance. Normalmente le politiche di coesione promosse dall’Unione Europea prevedono che l’input parta dagli enti locali. A loro compete presentare i progetti che le istituzioni UE vagliano per erogare gli eventuali finanziamenti. Il PNRR, invece, ha funzionato ispirandosi a una metodologia “top-down”, vale dire attuando un processo decisionale molto accentrato.

 

Una parte dei fondi del PNRR, circa 7,7 miliardi se non erro, erano destinati specificamente alle politiche per il lavoro. Che ne è stato dei fondi riservati al programma GOL (Garanzia di Occupabilità) che erano legati ad iniziative di riqualificazione professionale? Che ne è stato del potenziamento dei Centri per l’Impiego? 

Sul programma GOL e sul potenziamento dei Centri per l'Impiego, si tratta di comprendere cosa abbiano prodotto. Una parte delle risorse è stata effettivamente spesa, ma gli obiettivi sono stati ridotti e le risorse rimodulate. Oggi sappiamo quanti cittadini sono stati presi in carico e quanti hanno frequentato corsi; sappiamo molto meno su quanti abbiano trovato un'occupazione stabile grazie a quei percorsi. In economia, il successo di una politica pubblica si misura dagli effetti sull'occupazione e sulla produttività. Ed è proprio su questo che mancano ancora evidenze convincenti. Di ciò si è occupata la Fondazione Openpolis in uno studio recente (https://www.openpolis.it/wp-content/uploads/2026/03/pnrr_watch_3.pdf)

 

C’era anche l’obbligo di riservare a giovani e donne il 30% delle assunzioni innescate dai bandi finanziati con il PNRR. Risulta che grazie ad una serie di deroghe, nei due terzi dei casi quei vincoli non siano stati rispettati. Che è accaduto?

La spiegazione rimanda alle caratteristiche del mercato del lavoro italiano. Noi attraversiamo una fase in cui, aggirandosi il tasso di disoccupazione intorno al 5%, possiamo dire di essere vicini ad una situazione di piena occupazione, seppure a livelli salariali più bassi che in molti altri Paesi europei. Potremmo quasi dire che la disoccupazione involontaria non esiste più, e questo ha a che fare con la questione demografica. Per dirla in parole povere, ci sono pochi giovani. Questo genera un contesto in cui la domanda di lavoro supera spesso l’offerta. Nel dopo-Covid l’esigenza di un equilibrio tra vita privata e vita lavorativa, (“work life balance” nel gergo scientifico anglosassone) è diventata inoltre sempre più importante nel condizionare le scelte giovanili. I vincoli posti nelle formulazioni originarie del PNRR si sono trovati a volte in conflitto con questa realtà sociale. Da qui sono scaturite le deroghe al fine di reperire le figure che potessero beneficiare degli stanziamenti previsti. Il rischio era altrimenti di non riuscire a impegnare gran parte delle somme, essendo il PNRR strutturato in maniera da imporre una corsa non solo a spendere, ma anche a resocontare le spese entro il 30 giugno del 2026. Molte deroghe sono state dunque necessarie per non perdere i finanziamenti. Non ci si poteva attendere miracoli intervenendo, senza possibilità di rinvii temporali, su una struttura sociale e su un mercato del lavoro come il nostro.

 

Un miliardo e mezzo dovrebbero essere stati spesi grazie al PNRR per sviluppare gli ITS, cioè gli Istituti Tecnici Superiori, che in altri Paesi europei sono molto diffusi e facilitano l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro. Ma i dati delle nuove iscrizioni agli ITS in Italia nel 2025 erano addirittura in calo rispetto agli anni precedenti. Come lo spiega?

Dobbiamo avere presente che l’Italia è, dopo la Romania, il Paese europeo con il più basso tasso di scolarizzazione, in particolare a livello di titoli universitari. I limiti del nostro sistema educativo sono ingenti. Siamo ben sotto la media europea anche per quanto riguarda gli ITS. Qualcosa evidentemente non ha funzionato nella gestione del PNRR in rapporto a questo settore. Anche qui pesano assai le dinamiche inerenti alla natalità. Se nell’ultimo anno abbiamo avuto 350mila nuove nascite, due decenni fa il numero era stato quasi il doppio. A differenza dell’economia, la demografia è una scienza esatta. Noi siamo in grado di fotografare con buona approssimazione il quadro demografico futuro in base ai dati odierni. Il PNRR non poteva fare miracoli. Non è solo una questione di quantità di risorse o di vincoli temporali al loro utilizzo.

 

Può fare qualche esempio, in base alla sua esperienza, di un buon utilizzo dei fondi del PNRR?

In generale potrei dire che l’obbligo di usare i soldi del Recovery Plan europeo entro precisi termini cronologici ha dato una scossa alla macchina amministrativa di molte istituzioni. Ciò è avvenuto spesso ricorrendo a esperti e consulenti esterni, dotati delle necessarie competenze nel campo dell’informatica e anche dell’intelligenza artificiale. Diverso è il discorso riguardante il reclutamento del personale standard della pubblica amministrazione, spesso non sufficientemente qualificato. Per venire alle mie conoscenze dirette, citerei le iniziative a cui ho collaborato in campo universitario. In primo luogo il progetto “Age-IT (“Ageing well in an ageing society”, cioè invecchiare bene in una società che invecchia) al quale il PNRR ha destinato circa 115 milioni. Il mio contributo riguardava l’impatto dell’invecchiamento sull’economia. Con quei soldi abbiamo potuto assumere validi ricercatori e produrre risultati scientifici di livello, tanto che “Age-IT” ha ottenuto nuovi finanziamenti con i quali si è potuto creare un Centro Studi. Alimentando la ricerca di base, che in se stessa non è spendibile sul mercato, il PNRR ha stimolato la nascita di aziende “spin-off” e “start-up”. L’Università del Molise (Unimol) dove insegno, ha potuto sviluppare un gruppo di ricerca chiamato “Instant Analytics” che monitora in tempo reale molti fenomeni socio-economici. In particolare analizzando i dati che ospedali, scuole dell’obbligo e altre strutture della pubblica amministrazione sono obbligate a comunicare, individuiamo indicatori di rischio nel funzionamento di quelle stesse strutture: dai ritardi nei trasporti alle liste d’attesa per visite mediche, esami, interventi chirurgici. Senza i soldi del PNRR tutto questo non sarebbe stato possibile: la ricerca richiede investimenti che spesso i privati non sono disposti a fare perché non danno un utile immediato. Un altro successo del PNRR è il progetto GRINS (Growing Resilient, Inclusive and Sustainable), per creare un’infrastruttura digitale che connette fra loro ricercatori impegnati su tematiche ambientali.

 

Parte dei fondi del PNRR era destinata agli asili nido, che oltre ad essere un ingrediente importante del welfare sociale, sono anche uno strumento per incrementare l’occupazione femminile. Come è andata?

Inizialmente molti Comuni non hanno neanche presentato domanda per ricevere i fondi. Questo rimanda alla scarsa qualità del personale che lavora nella pubblica amministrazione. Successivamente, però, buona parte dei Comuni si è mossa. Asili nido a parte, il Paese ha beneficiato di progressi significativi verso la digitalizzazione dei servizi. Oggi tutti i comuni del Paese hanno un nuovo sito internet e sono dotati di connessione internet veloce attraverso la Fibra. Più in generale, grazie al PNRR, si è prodotta una spinta considerevole verso la digitalizzazione delle attività economiche, anche se siamo ancora ben lontani dalla situazione americana in cui le prime dieci aziende capitalizzate sono campioni dell’economia digitale. In generale il PNRR ha creato l'infrastruttura digitale, oggi la sfida è sfruttarla per lo sviluppo dei territori.

 

Assonime (Associazione Società Italiane per Azioni) ritiene difficile fare “valutazioni precise sullo stato di avanzamento delle opere e sul loro impatto effettivo a causa della carenza di dati e del processo di costante rimodulazione del PNRR”. Risulta anche a lei tanta opacità?

Assonime non è la sola a muovere questa critica. Anche la fondazione Openpolis ha elaborato riflessioni analoghe. Il problema è che il governo si è trovato a gestire una mole di risorse senza precedenti disponendo di una macchina amministrativa obsoleta e non del tutto rinnovata. Il rispetto dei tempi nei cantieri non è cosa semplice, e dipende anche dal comportamento delle amministrazioni locali. E più facile restare nei tempi per chi si occupa di progetti immateriali, ad esempio quelli della ricerca universitaria. Ecco perché in molti casi le risorse sono state spostate da interventi fisici a iniziative “immateriali”. Comunque, l’opacità che alcuni studi hanno rilevato sì, certamente è un problema.

 

L’Italia a differenza di altri Paesi scelse di utilizzare non solo i sussidi previsti dal Recovery Plan ma anche 120 miliardi di crediti,  Benché questi fossero offerti dall’Europa a tasso agevolato, non fu un azzardo per un Paese già così fortemente indebitato come il nostro?

Su questo argomento ci sono pareri discordanti fra gli economisti. Quei miliardi dovranno essere restituiti, e benché gli interessi siano bassi, l’investimento risulterà redditizio se avrà generato una crescita almeno pari agli interessi versati. Conosceremo la risposta in futuro, ma sono ottimista e ritengo sia stata positiva la scelta di utilizzare l’intera somma, prestiti inclusi. Ricordiamoci la situazione in cui era l’Italia quando fu avviato il PNRR: un Paese fermo, piegato dal Covid che aveva infierito da noi peggio che in altri Paesi. Ci trovavamo in uno stato di incertezza totale, con il rischio di essere tagliati fuori da ogni speranza di crescita.

 

Sempre Assonime, per bocca del direttore Stefano Firpo,  rileva: “Vi è stata una colossale iniezione di spesa pubblica fra PNRR e SuperBonus, che non sta aumentando né la produttività né la crescita”. Lei concorda?

Ne ho sentite tante. Ad esempio che paghiamo ancora gli effetti del SuperBonus in termini di fiscalità, in altre parole i mancati introiti di tasse. In realtà non c’è un esperimento econometrico che ci dica cosa sarebbe accaduto se certe iniziative non fossero state prese, dal PNRR alle agevolazioni fiscali. C’è però uno studio di Banca d’Italia (al quale ho accennato rispondendo alla prima domanda) in cui si sottolinea l’impatto positivo avuto sull’economia sia dal PNRR che dalle agevolazioni fiscali.



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