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Due milioni e mezzo di immigrati regolari. I richiedenti asilo sono solo il 10%. Il sociologo Ambrosini: l’invasione è un mito.

GIOVEDÌ 30 LUGLIO 2026 | Lascia un commento
Foto Due milioni e mezzo di immigrati regolari. I richiedenti asilo sono solo il 10%. Il sociologo Ambrosini: l’invasione è un mito.
Scritto da Gabriel Bertinetto

La percezione dell’immigrazione come invasione non corrisponde alla realtà. Lo spiega in questa intervista il prof. Maurizio Ambrosini, docente di Sociologia delle Migrazioni all’Università di Milano. Si identifica l’afflusso degli stranieri con gli sbarchi non autorizzati e non si prendono in considerazione i due milioni e mezzo che lavorano in Italia con regolare contratto. Ci sono settori in cui senza gli immigrati molti posti di lavoro resterebbero scoperti, vedi la cura delle persone o le pulizie domestiche, in cui le persone note all’estero rappresentano il 70% degli occupati. Non corrisponde al vero neanche l’idea che gli stranieri “rubino” il lavoro agli italiani. Semmai, se ci sono frizioni reali o potenziali fra immigrati e autoctoni, è rispetto alla fruizione dei servizi pubblici, dai sussidi alla casa alle cure sanitarie.

 

L’immigrazione è spesso vista da una parte dell’opinione pubblica e delle forze politiche come un’invasione. Una percezione che lei, prof. Ambrosini, ha criticato in un libro intitolato “L’invasione immaginaria”. Cosa c’è di vero o di falso oggi in pieno 2026 in questa immagine? 

Da molti anni il sentimento prevalente nei confronti del fenomeno immigratorio consiste nel viverlo come un evento che ci viene addosso dall’esterno, senza alcun aggancio con le necessità domestiche. La legge Martelli del 1990 significò prendere coscienza che il nostro paese stava diventando una meta per stranieri in cerca di lavoro. Ma oggi quando si parla di immigrati, abbiamo in mente soprattutto gli sbarchi non autorizzati di persone in cerca di asilo, che sono solo una componente minoritaria delle modalità d’accesso. Si fa un gran parlare di immigrazione incontrollata perché prendiamo in considerazione solo gli arrivi spontanei e non vediamo tutto il resto, vale a dire i due milioni e mezzo di stranieri che sono da noi regolarmente occupati. Non guardiamo ad esempio a ciò che avviene entro le mura domestiche dove la stragrande maggioranza di coloro che assistono gli anziani e puliscono le case vengono da altri paesi. Nei confronti di costoro il giudizio è in genere positivo, li si definisce “brave persone” e si mette tra parentesi la loro connotazione di “immigrati”. Ci sono dati che chiunque può leggere nelle statistiche ufficiali. Nell’ultimo decennio l’immigrazione è cresciuta del 13,3%, nascite comprese. In altre parole è sostanzialmente rimasta stabile. Si confondono gli immigrati con i richiedenti asilo, trascurando il fatto che sono solo il 10% del totale. Purtroppo queste cifre non fanno parte del patrimonio conoscitivo condiviso. Il senso comune rappresenta una realtà di Paese invaso in preda ad un’emergenza “stranieri, come minaccia esogena.  

 

Se l’invasione è una falsa impressione, in che modo essa può essere contrastata o corretta? 

Premetto che talvolta la narrazione del fenomeno migratorio all’insegna del pericolo che esso costituirebbe, viene smontata dagli stessi che sembrerebbero più favorevoli a diffonderla. Negli ultimi anni il governo in carica ha varato due decreti flussi, rispettivamente per l’ingresso di 450mila e 500mila lavoratori stranieri. Ciò dimostra l’esatto contrario della retorica a cui alcune forze politiche si ispirano: l’arrivo di stranieri più che un’imposizione esterna è la conseguenza di un fabbisogno interno. Aggiungerei che per esprimere valutazioni più obiettive rispetto a quanto accade nel mercato del lavoro, occorrerebbe ragionare senza essere travolti dall’emotività, alla ricerca di capri espiatori per sfogare sensi di insicurezza e paura del futuro. Ma il miglior antidoto al pregiudizio è la conoscenza diretta dei fatti e delle persone. Molte ricerche mostrano che chi conosce personalmente degli immigrati ha meno paura dell’immigrazione: moltiplicando luoghi e occasioni d’incontro, faremo diminuire pregiudizi e chiusure.

 

Le rivolgo ora una domanda alla quale lei ha già in parte risposto. Si sente dire spesso che gli stranieri sono necessari al nostro sistema economico perché svolgono lavori che gli autoctoni non vogliono più fare. Vuole approfondire questo aspetto della questione?

Le dirò questo. I due milioni e mezzo di stranieri con un lavoro regolare ai quali accennavo prima rappresentano oltre un decimo del totale degli occupati in Italia. Ma ci sono settori in cui la quota è molto più alta. L’edilizia ad esempio, dove a livello nazionale sono il 20% e in alcune province arrivano ad essere oltre un terzo o anche il 40%. Quanto alla cura delle persone ed al lavoro domestico la percentuale sale addirittura al 70%. Bisogna essere onesti. Senza gli stranieri si faticherebbe a coprire questi posti di lavoro. Persino il commercio ambulante si sostiene grazie a individui nati all’estero, che sono ormai oltre metà di coloro che gestiscono le cosiddette bancarelle. Quanto siano necessari gli stranieri all’economia di un paese è chiaro a molti governi. In Spagna recentemente hanno aperto le porte a 900mila domande di sanatoria, e si tratta di un Paese che, con un tasso di immigrazione più alto di quello italiano, cresce a un ritmo assai superiore al nostro: più del 3%. Naturalmente con ciò non voglio dire che le dinamiche espansive dell’economia spagnola dipendano unicamente dalla maggiore apertura all’immigrazione. Sarebbe semplicistico. Ma gli esperti sottolineano che l’immigrazione ha contribuito in modo significativo.

 

L’argomento sollevato nel quesito precedente potrebbe essere visto da un’altra prospettiva e ribaltato: gli stranieri portano via il lavoro agli italiani. Esistono casi che confermino questa opinione?

Direi piuttosto che le frizioni reali o potenziali tra italiani ed immigrati non riguardano tanto il mercato del lavoro, bensì l’accesso al welfare e ai benefici legati alla cittadinanza. C’è il timore che diventando italiano lo straniero competa con gli autoctoni nella fruizione dei servizi pubblici: dal reddito di inclusione alle cure sanitarie all’edilizia sociale. lo non credo che l’italiano soffra più di tanto la concorrenza straniera in attività come la raccolta dei pomodori o l’assistenza familiare. L’ottanta per cento dei giovani italiani consegue un diploma di scuola superiore ed ha aspettative di lavoro che esulano dall’agricoltura o dall’aiuto domestico. Non può dunque vedere nello straniero un avversario da quel punto di vista lì. Anche nel mondo industriale il ricorso a manodopera straniera è spesso l’effetto della rinuncia degli italiani a mansioni che un tempo erano considerate un traguardo sociale ed economico importante. Nella mia regione d’origine ad esempio essere assunti presso la grande azienda alimentare Ferrero di Alba era particolarmente ambito da un giovane in cerca di prima occupazione. Non è più così, ed il ricorso agli immigrati è sempre più necessario per completare gli organici. I lavori marchiati dalle cosiddette 5P (pesanti, precari, pericolosi, poco pagati, socialmente penalizzanti) sono sempre di più evitati dagli autoctoni.

 

Quanto contribuisce la presenza di immigrati alla diffusione del lavoro nero?

Comincerei con il dire che sul piano della disponibilità a utilizzare forme di lavoro illegale, gli italiani non scherzano. Nell’agricoltura ad esempio non è infrequente che un individuo sia registrato ufficialmente per un numero di giornate lavorative inferiore al reale, venendo retribuito sottobanco per le rimanenti. Il guadagno è sia dell’imprenditore che risparmia sui salari, sia del lavoratore che incassa il sussidio di disoccupazione pur lavorando. In una ricerca che sto effettuando con altri sull’industria agro-alimentare abbiamo scoperto che i richiedenti asilo in accoglienza spesso non vogliono essere assunti formalmente, perché oltre un certo guadagno perdono il diritto a usufruire di un posto letto nei centri d’accoglienza.

 

Perché è così scarso l’afflusso di stranieri provvisti di alta qualificazione professionale? Eppure con la Carta Blu europea l’assunzione di stranieri con titoli di studio elevati sarebbe assai semplice.

In linea generale potrei rispondere che ciò dipende da un sistema economico che importa braccia ed esporta cervelli. Non abbiamo capacità attrattiva, anche perché offriamo retribuzioni non allettanti. I nostri infermieri anziché lavorare negli ospedali lombardi preferiscono spesso prestare servizio in Svizzera. A volte si crede sia un problema politico. In parte è vero per i vincoli e le resistenze burocratiche a riconoscere i titoli di studio di altri Paesi. Ma credo che la radice del problema stia nel nostro sistema economico, ancora basato in gran parte sul lavoro manuale e scarsamente qualificato.

 

Per evitare che l’immigrazione generi problemi di tipo sociale, sarebbe necessaria una migliore integrazione culturale. Ci sono modelli a cui potremmo ispirarci per favorirla più di quanto non accada da noi? 

L’integrazione è un tema complesso per esaminare il quale bisognerebbe tenere conto di molte variabili. Non esiste un modello perfetto. Tuttavia in linea di massima la Germania ha raggiunto discreti risultati, aiutata dal fatto di non ospitare sul proprio territorio sterminate metropoli con enormi quartieri popolari. L’economia tuttora robusta nonostante i segnali di crisi, un buon sistema di welfare, una disoccupazione contenuta almeno nelle regioni occidentali sono fattori che consentono un sufficiente livello di coesione sociale. In Francia e Gran Bretagna sappiamo esistere il problema dei giovani di seconda generazione abitanti nelle periferie, ma sui grandi numeri l’inclusione sociale è più efficace di quanto non ci facciano percepire certi fenomeni estremi di ribellismo e devianza. Più che da una mancata integrazione culturale essi sono il frutto di una integrazione illusoria. Intendo dire che molti ragazzi delle banlieues francesi, nati sul posto ma figli di immigrati, frequentano scuole in cui si predica l’uguaglianza e la parità di diritti. Condividono questi valori ma nella realtà scolastica o lavorativa alcuni di loro si ritrovano ai margini. Lo scollamento fra integrazione culturale e integrazione strutturale ed economica provoca certe forme esasperate di rigetto. 

 

Quanto c’è di vero o di esagerato nell’affermare che gli immigrati che hanno un lavoro regolare, pagano le imposte e versano i contributi contribuiscono al salvataggio della macchina fiscale e previdenziale minata dal calo demografico?

Attualmente il saldo fra ciò che danno alla collettività e ciò che ricevono è fortemente attivo: 4 miliardi di euro. Questo perché gli immigrati sono in prevalenza giovani. Conseguentemente hanno minore necessità di cure mediche e ospedaliere e pochi di loro sono in età di pensione. Se tante scuole non chiudono per mancanza di alunni è per il supporto numerico di 930mila studenti stranieri. Certo il saldo positivo di cui dicevo è destinato a diminuire a mano a mano che aumenta l’età media della popolazione immigrata e si allarga il ricorso all’assistenza sanitaria ed al pensionamento. A immigrazione costante, i futuri vantaggi per il sistema fiscale e previdenziale sono inevitabilmente in discesa. Aggiungo che anche i ricongiungimenti familiari incidono negativamente su quel saldo attivo, perché aumentano le persone inattive e bisognose di servizi, mentre resta invariato il numero di coloro che pagano le imposte e versano i contributi. Guardando alla questione da un altro punto di vista però i ricongiungimenti familiari recano grandi vantaggi dal punto di vista della sicurezza. L’individuo solo, privo dell’affetto dei suoi cari e di un ambiente familiare, è tendenzialmente più portato a comportamenti anti-sociali. Ubriachezza, violenza, prostituzione sono più frequenti fra le persone che vivono isolate. Recentemente, nonostante l’enfasi posta sul nesso fra immigrazione e sicurezza, sono stati raddoppiati i tempi per i ricongiungimenti familiari. Una scelta incoerente con il conclamato obiettivo di contrastare forme di disgregazione o conflitto sociale. 



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