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Le ricette del prof. Leonzio Rizzo per un fisco che non penalizzi il lavoro dipendente

VENERDÌ 03 LUGLIO 2026 | Lascia un commento
Foto Le ricette del prof. Leonzio Rizzo per un fisco che non penalizzi il lavoro dipendente
Scritto da Gabriel Bertinetto

La relativa crescita produttiva ed occupazionale degli ultimi anni include un “prezzo nascosto”, ed è il calo dei salari reali. In questa intervista il prof. Leonzio Rizzo, ordinario di Scienza delle Finanze all’Università di Ferrara, che assieme al prof. Marco Leonardi ha scritto sull’argomento un libro edito da Egea e intitolato appunto “Il prezzo nascosto”, analizza il problema e ne mette a fuoco le cause: i limiti della contrattazione aziendale e un sistema fiscale che penalizza il lavoro dipendente. Rizzo propone anche dei rimedi. Occorrerebbe una legge sulla rappresentatività sindacale per scongiurare il rischio dei “contratti pirata”. Il salario minimo è anche una soluzione, ma dovrebbe forse essere modulato rispetto alle diverse aree geografiche tenendo conto delle disparità nei livelli di sviluppo. Quanto al regime fiscale, le aliquote potrebbero essere indicizzate all’inflazione, come avviene in altri Paesi, Usa inclusi.

 

Nel libro che lei, prof, Rizzo, ha scritto assieme al collega Marco Leonardi, si parla di un “prezzo nascosto” (questo è tra l’altro il titolo dell’opera) che i lavoratori italiani stanno pagando rispetto alla crescita del PIL e dell’occupazione. Questo prezzo nascosto è il calo dei salari reali. In altre parole alla relativa positività di alcuni dati macroeconomici si accompagna una diminuzione del benessere generale. Partirei chiedendole di illustrare questo singolare paradosso, per poi passare magari a qualche aspetto specifico del problema complessivo.

Noi siamo partiti dalla presa d’atto di una realtà, rilevata anche nei rapporti di Banca d’Italia, e cioè la discreta crescita dell’economia italiana nel corso degli ultimi 5 anni. Fra il 2019 e il 2025 il PIL è aumentato infatti di oltre il 3%. Abbiamo però anche constatato che di questo incremento la quota destinata a remunerare i lavoro era solo il 20%, mentre tutto il resto andava a beneficio del profitto. Abbiamo anche registrato l’innalzamento dei livelli occupazionali. Ma non abbiamo potuto fare a meno di chiederci: quale tipo di occupazione? Se il lavoro è scarsamente remunerato, l’aumento del numero degli occupati può ingrandire la massa salariale complessiva anche in presenza di una diminuzione del salario pro-capite. Ed è proprio questo che è avvenuto. I salari reali, ovvero al netto dell’inflazione sono più bassi rispetto a prima e per mantenere lo stesso precedente tenore di vita familiare, oggi accade sovente che debbano lavorare ad esempio due persone anziché una. 

 

Quali sono le cause di queste dinamiche?

Ne abbiamo individuate essenzialmente due. Una ha a che fare con la contrattazione sindacale, l’altra con il sistema fiscale vigente in Italia.

Cominciamo dalla prima allora.

Normalmente si dice che i salari non salgono perché la produttività del lavoro è bassa. Ma non è questo l’unico fattore. Mentre il mondo usciva dal periodo nero del Covid, in alcuni paesi europei le relazioni industriali sono state tali da consentire un buon recupero delle retribuzioni rispetto allo straordinario balzo in avanti del costo della vita successivo alla pandemia. Questo da noi non è successo. I contratti collettivi scadevano e non venivano rinnovati. Si rinviava insomma l’approvazione proprio di quei contratti di primo livello, che dovrebbero proteggere dall’impatto dell’inflazione. La logica da parte imprenditoriale era quella di attendere momenti migliori e intanto mantenere lo status quo. Nella grande maggioranza dei casi si è posticipato sino al momento in cui, essendo l’inflazione scesa intorno al 2% si poteva concedere aumenti di paga equivalenti. Ma tutto quello che il lavoratore aveva perso nel frattempo, cioè nel periodo in cui l’inflazione galoppava, veniva ignorato, e non sarà recuperato mai. Solo nel caso dei metalmeccanici, grazie alla clausola di salvaguardia si è riuscito a tutelare i lavoratori dalle conseguenze dello shock inflazionistico. Nel commercio e nel turismo ci sono casi eclatanti di contrazione dei salari reali per il mancato adeguamento al costo della vita. Tutto ciò non era affatto inevitabile, e non è avvenuto in altri paesi, dalla Germania alla Francia alla Spagna. Per evitare che il problema in Italia persista, bisognerebbe varare due buone leggi: una per introdurre il salario minimo, l’altra per definire in maniera chiara la rappresentatività delle organizzazioni sindacali onde evitare il proliferare dei cosiddetti contratti pirata.

 

Le chiederò dopo dell’una e dell’altra cosa. Intanto vorrei che mi parlasse dell’altro elemento che lei ha indicato prima come causa dell’impoverimento generale che ha accompagnato la crescita occupazionale: il sistema fiscale italiano.

Nel libro chiariamo il ruolo del “fiscal drag”, cioè drenaggio fiscale. L’Irpef (Imposta sui redditi delle persone fisiche) si applica ai salari nominali. Se il costo dei beni  e servizi sale più di quanto non cresca la tua paga, ne consegue che la stessa quantità di denaro che prima ti consentiva di procurarti ciò di cui avevi bisogno, ora non è più sufficiente. In una situazione del genere l’incremento salariale non fa altro che consentirti di acquistare quanto ti era concesso prima dell’incremento dei prezzi. Tuttavia il sistema fiscale progressivo erode parte di questo aumento nominale che consente di avere lo stesso potere di acquisto di prima.

 

Può chiarire meglio come agisca questo meccanismo?

In un caso come quello prima descritto il sistema fiscale Irpef progressivo è tale per cui all’aumentare del salario nominale, aumenta la quota che ti viene prelevata, senza che in realtà il tuo potere di acquisto sia aumentato. Quindi pur ipotizzando, ciò che in realtà in Italia non è accaduto, che i lavoratori abbiano un aumento del salario lordo corrispondente all’inflazione, il sistema fiscale  erode parte di questo aumento, visto che la quota prelevata è maggiore rispetto a quella precedente all’inflazione. Risultato: il salario netto reale, ovvero al netto dell’inflazione, del lavoratore sarà minore di quello che era disponibile prima dell’inflazione e del successivo rinnovo del contratto. Questo è il fiscal drag e per evitarlo é necessario indicizzare il sistema fiscale all’inflazione, come viene negli Stati Uniti, in Canada, in Germania, in Francia.


Lei accennava prima ad alcuni possibili rimedi per correggere i meccanismi che ostacolano il rafforzamento del potere d’acquisto delle retribuzioni. Vuole illustrarli?

Una delle cause dei bassi salari italiani è che in certi settori il potere dei lavoratori è minato dalla proliferazione di organizzazioni sindacali prive di un’autentica rappresentatività. Abbiamo una quantità record di contratti collettivi registrati, un migliaio addirittura. Molti di questi sono contratti “pirata”, che contengono clausole vessatorie e impongono livelli retributivi particolarmente limitati. Serve una legge che stabilisca in modo rigoroso i criteri di rappresentatività ai quali devono rispondere le organizzazioni sindacali. Poi per quanto riguarda l’adeguamento dei salari all’inflazione, un modello valido potrebbe essere quello spagnolo. Fra datori di lavoro e sindacati viene periodicamente firmato un accordo quadro che fissa i valori minimi di crescita dei salari nei successivi tre anni. Essi sono stabiliti in rapporto alle previsioni sull’andamento dell’inflazione. Inoltre, se l’inflazione reale supera le tabelle pronosticate, è prevista la possibilità di un ulteriore aumento salariale fino all’1%. Altri Paesi si regolano diversamente. In Italia purtroppo, salvo alcune eccezioni come quella del settore metalmeccanico, i salari sono rimasti enormemente indietro rispetto all’inflazione.

 

Quando alcuni economisti suggeriscono di adeguare i salari all’inflazione, altri sostengono che si rischia di innescare una rincorsa dagli effetti nefasti. In sostanza, dicono, per rimediare all’inflazione si rischia di generarne dell’altra. Cosa c’è di vero in questo ragionamento?

Questo potrebbe accadere se ci si ispirasse al vecchio modello della scala mobile, che legava il salario alla crescita inflattiva precedente. Quello che io ed altri proponiamo invece è di riferirsi non alla realtà di ieri ma alle previsioni sul domani, che è una cosa ben diversa.

 

Lei ha anche accennato in una precedente risposta agli effetti positivi che deriverebbero dall’introduzione del salario minimo, che tra l’altro già esiste in quasi tutti i Paesi dell’Unione Europea. Altri affermano che in Italia le differenze fra regione e regione sono così marcate, che nelle aree meno ricche molti imprenditori reagirebbero rifugiandosi nel lavoro nero. Cosa ne pensa?

Penso che, come ha recentemente argomentato anche l’economista Tito Boeri, il salario minimo potrebbe essere modulato diversamente a seconda delle zone. E’ vero infatti che gli stessi soldi che in alcune città del nord non consentono un’esistenza dignitosa, possono bastare a vivere in aree del sud meno sviluppate. Sono dosaggi che richiedono valutazioni e calcoli complessi. Ma in linea generale il salario minimo è uno dei modi per evitare ulteriori contrazioni delle retribuzioni reali.

 

Nel suo libro lei critica il sistema fiscale italiano, perché prende di mira i redditi da lavoro ed è indulgente con le rendite e i grandi patrimoni. Sono possibili delle correzioni?

Proprio in questi giorni assieme ad altri colleghi abbiamo avanzato una proposta che va proprio nella direzione di spostare risorse a vantaggio di chi usufruisce di redditi dal proprio lavoro. Non suggeriamo aumenti delle imposte, ma di redistribuire diversamente l’imposizione, mantenendo inalterato il livello complessivo di pressione fiscale. Si tratta di intervenire sull’Imposta di Successione, che in Italia è stata praticamente azzerata dalla riforma Berlusconi. Per coniuge e figli infatti sino ad un milione di euro non si paga nulla, e sull’eccedenza solo il 4%. Questo comporta che in Italia lo stato incameri dall’Imposta di successione solo 800 milioni all’anno, mentre in Spagna fra 3 e 4 miliardi, in Germania 8 miliardi e in Francia 18. Noi non chiediamo di abbassare le franchigie alle soglie che consentono alla Francia introiti così elevati. Lasciamo pure la franchigia per figli e coniugi al livello attuale di un milione; ma rendiamo progressiva l’imposta sulle somme superiori a quel milione, anziché mantenere l’attuale 4%. Con questa semplice unica modifica il gettito dagli 800 milioni attuali passerebbe a 6 miliardi. Con quei 6 miliardi si potrebbe abbassare notevolmente le aliquote Irpef sul lavoro dipendente.

 

Sempre in materia fiscale, si è molto parlato in questi anni (e in parte è anche stata introdotta) di flat tax. Che giudizio ne dà nel contesto del discorso relativo al rapporto fra fisco e lavoro?

Se la flat tax al 15% fosse estesa, come ogni tanto si sente proporre, a tutto il lavoro dipendente, le entrate fiscali diminuirebbero di 50-60 miliardi all’anno, cioè verrebbe meno un terzo di quanto oggi lo Stato normalmente incassa dall’irpef. E’ evidentemente impossibile, e infatti sinora è stata attuata soltanto a vantaggio del lavoro autonomo, che riguarda dai 3 ai 4 milioni di persone, mentre i lavoratori dipendenti sono più di 20. Si tratta comunque di una misura iniqua e al limite dell’incostituzionalità, perché stabilisce che due persone che godono dello stesso reddito siano tassate in maniera radicalmente diversa. Si favoriscono situazioni assurde come quella di un avvocato con un reddito pari a 60.000 euro che versa il 15% mentre un suo dipendente che guadagna quella stessa cifra paga il 33%, cioè il doppio. Una fiat tax come è attualmente normata in Italia genera ciò che tecnicamente gli economisti chiamano “iniquità orizzontale”.



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