La quattordicesima è arrivata, le ferie si avvicinano, e quella sensazione che ti porti dietro da mes, "forse è il momento di cambiare", si è fatta più forte. Se stai leggendo questo articolo probabilmente hai già deciso, o ci sei molto vicino. Ed è normale: luglio è da sempre uno dei mesi in cui più persone scelgono di lasciare il proprio lavoro.
Ma dimettersi bene è diverso dal dimettersi e basta. C'è una procedura obbligatoria da seguire (dal 2016 è esclusivamente online), ci sono tempi di preavviso da rispettare per non perdere soldi, e ci sono errori che possono complicarti la vita nei mesi successivi. Qui trovi tutto quello che ti serve per fare le cose nel modo giusto, enza fretta, senza drammi, senza bruciarti i ponti.
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Partiamo dalla base. Dal 12 marzo 2016, le dimissioni volontarie e la risoluzione consensuale del rapporto di lavoro devono essere comunicate al Ministero del Lavoro esclusivamente in modalità telematica. Lo stabilisce l'art. 26 del Decreto Legislativo 14 settembre 2015, n. 151, una delle novità introdotte dal Jobs Act per contrastare il fenomeno delle "dimissioni in bianco", quei fogli firmati a vuoto all'atto dell'assunzione e usati poi dal datore di lavoro per simulare dimissioni mai realmente presentate.
La vecchia lettera di dimissioni, quella scritta a mano e consegnata al capo, non ha più valore legale per i rapporti di lavoro privati. L'unico canale valido è il portale ClicLavoro del Ministero del Lavoro (www.cliclavoro.gov.it), a cui si accede con SPID o CIE.
Ci sono alcune eccezioni: restano fuori dalla procedura telematica il lavoro domestico, i rapporti di lavoro nella pubblica amministrazione, le risoluzioni consensuali avvenute in sedi conciliative e le dimissioni durante il periodo protetto di maternità/paternità (che richiedono una convalida presso l'Ispettorato Territoriale del Lavoro).
La procedura non è complicata, ma richiede attenzione su un paio di dettagli che fanno la differenza.
Accedi al portale ClicLavoro con SPID o CIE. Cerca la sezione "Dimissioni Volontarie" e seleziona "Nuova comunicazione". Il sistema cercherà di recuperare automaticamente i dati del tuo rapporto di lavoro dalle comunicazioni obbligatorie già registrate, se il rapporto è iniziato dopo il 2008, buona parte delle informazioni sarà precompilata. In caso contrario, dovrai inserire manualmente il codice fiscale del datore di lavoro, la data di inizio del rapporto e la tipologia contrattuale.
Il passaggio più delicato è la data di decorrenza: non è il tuo ultimo giorno di lavoro, ma il primo giorno in cui non lavorerai più. Se sbagli questa data, rischi di non rispettare il preavviso e di vederti trattenere una somma dalla busta paga finale. Calcola bene prima di compilare.
Una volta confermati i dati, il sistema genera un PDF con marca temporale che certifica l'invio. Il datore di lavoro viene notificato automaticamente via PEC, così come l'Ispettorato Territoriale del Lavoro.
Se non hai SPID, o se preferisci non fare tutto da solo, puoi rivolgerti a un soggetto abilitato: patronato, sindacato, consulente del lavoro, CAF o sede territoriale dell'Ispettorato. Compileranno e invieranno il modulo per tuo conto.
Il preavviso è il periodo che deve trascorrere tra la comunicazione delle dimissioni e il tuo ultimo giorno effettivo di lavoro. Non è uguale per tutti: dipende dal tuo CCNL, dal livello di inquadramento e dall'anzianità di servizio.
Per orientarti, qualche esempio concreto dal CCNL Commercio, uno dei più diffusi in Italia:
Un impiegato di quarto livello con meno di cinque anni di servizio deve dare 15 giorni di calendario di preavviso. Con un'anzianità tra cinque e dieci anni, il preavviso sale a 30 giorni. Oltre i dieci anni, arriva a 45 giorni. Per i livelli superiori (quadri, primo e secondo livello) i tempi si allungano ulteriormente.
Molti CCNL prevedono che il preavviso decorra dal 1° o dal 16° del mese. Questo significa che se comunichi le dimissioni, ad esempio, il 10 luglio, il preavviso potrebbe partire solo dal 16 luglio , e il tuo ultimo giorno di lavoro si sposterà di conseguenza.
Cosa succede se non rispetti il preavviso? Il datore di lavoro ha diritto di trattenere dalla tua ultima busta paga l'indennità sostitutiva del preavviso, pari alla retribuzione che avresti percepito durante i giorni mancanti. Non è una sanzione: è un diritto contrattuale. Può anche accadere il contrario: il datore rinuncia al preavviso e ti lascia andare subito, senza trattenute. Dipende dall'accordo tra le parti.
Il consiglio è semplice: prima di compilare il modulo online, prendi il tuo CCNL e verifica esattamente quanti giorni di preavviso ti spettano. Se non sai dove trovarlo, il tuo sindacato di riferimento o un consulente del lavoro possono aiutarti gratuitamente.
Hai inviato il modulo e ti sei pentito? Niente panico. La legge prevede la possibilità di revocare le dimissioni entro 7 giorni dalla data di trasmissione telematica. La revoca si fa dallo stesso portale ClicLavoro, con la stessa procedura utilizzata per l'invio.
Se il datore nel frattempo ha già assunto un sostituto, hai comunque diritto alla prosecuzione del rapporto. Dopo i sette giorni, però, la finestra si chiude: l'unico modo per tornare a lavorare nella stessa azienda è che il datore accetti di stipulare un nuovo contratto.
Sette giorni possono sembrare pochi, ma sono un margine di sicurezza reale. Se hai anche solo un dubbio, meglio aspettare qualche giorno prima di inviare la comunicazione, una volta partiti i sette giorni, il conto alla rovescia non si ferma.

Dimettersi non significa rinunciare ai propri diritti economici. Quando il rapporto di lavoro si chiude, il datore di lavoro è tenuto a pagarti:
Il TFR (Trattamento di Fine Rapporto): la liquidazione maturata durante tutto il periodo lavorativo. È un tuo diritto indipendentemente dal motivo della cessazione.
Le ferie e i permessi non goduti: se hai giornate di ferie accumulate e non utilizzate, ti verranno pagate nell'ultima busta paga come indennità sostitutiva.
Le mensilità aggiuntive proporzionate: tredicesima e, se prevista dal tuo CCNL, quattordicesima maturate fino all'ultimo giorno di lavoro.
Questi importi confluiscono nell'ultima busta paga, che il datore deve emetterti entro i termini previsti dal contratto collettivo.
Questa è la domanda che tutti fanno, e la risposta va data con chiarezza: chi si dimette volontariamente, di regola, non ha diritto alla NASpI, l'indennità di disoccupazione erogata dall'INPS. La NASpI è riservata a chi perde il lavoro involontariamente.
Esistono però delle eccezioni rilevanti. Hai diritto alla NASpI se le dimissioni avvengono per giusta causa, cioè se il datore di lavoro ha commesso gravi inadempienze (mancato pagamento dello stipendio, molestie, modifiche unilaterali sostanziali del contratto, condizioni di lavoro pericolose). In quel caso le dimissioni sono considerate involontarie dalla legge.
Hai diritto alla NASpI anche se ti dimetti durante il periodo protetto di maternità o paternità, dalla gravidanza fino al compimento di un anno di vita del bambino. In questo caso le dimissioni devono essere convalidate dall'Ispettorato del Lavoro.
Se pensi di rientrare in una di queste situazioni, il consiglio è di parlare con un patronato o un consulente del lavoro prima di inviare le dimissioni, la differenza tra "dimissioni volontarie" e "dimissioni per giusta causa" può valere mesi di indennità.
La parte burocratica è importante, ma c'è un aspetto delle dimissioni che conta altrettanto e che si tende a trascurare: come gestisci il rapporto con l'azienda, i colleghi e il tuo responsabile nelle ultime settimane.
Parla prima con il tuo responsabile, poi compila il modulo. La procedura telematica è l'atto formale, ma la comunicazione umana viene prima. Nessun capo apprezza di scoprire le dimissioni di un collaboratore dalla notifica automatica del Ministero del Lavoro. Una conversazione diretta, anche breve, fa la differenza, e ti lascia le porte aperte per il futuro.
Offri un passaggio di consegne ordinato. Prepara una nota con lo stato dei progetti in corso, le scadenze imminenti, i contatti chiave. Non è un obbligo contrattuale, ma è il gesto che ti distingue professionalmente e che le persone ricordano.
Non parlare male dell'azienda. Né con i colleghi durante il preavviso, né sui social dopo. Il mondo del lavoro è più piccolo di quanto pensi, e le parole dette in un momento di frustrazione possono tornare indietro anni dopo, in un colloquio o in una referenza.
Non mollare la presa durante il preavviso. Le ultime settimane di lavoro sono quelle in cui si costruisce l'impressione finale che le persone avranno di te. Fare il minimo sindacale o sparire mentalmente prima ancora di andartene fisicamente è un errore che costa più di quanto sembri.
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Fonti: Decreto Legislativo 14 settembre 2015, n. 151, art. 26 (dimissioni telematiche); Decreto Ministeriale 15 dicembre 2015 (modalità e regole tecniche per la comunicazione telematica); Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali — portale ClicLavoro (www.cliclavoro.gov.it), sezione Dimissioni Volontarie; INPS — Scheda servizio "Dimissioni volontarie" (procedura online e soggetti abilitati); Codice Civile, artt. 2118 (preavviso) e 2119 (recesso per giusta causa); CCNL Commercio — Confcommercio (tempi di preavviso per livello e anzianità).