L’economia del mare si conferma uno dei pilastri trainanti del sistema Italia, raggiungendo cifre da primato che ne sottolineano l’importanza strategica. Oggi la blue economy genera un valore complessivo di circa 216,7 miliardi di euro, incidendo per l’11,3% sul Prodotto Interno Lordo nazionale. Con oltre 1,1 milioni di occupati, il comparto che comprende porti, logistica, cantieristica e innovazione industriale rappresenta un hub fondamentale, specialmente in aree come Genova e la Liguria. Tuttavia, questa espansione rischia di subire una brusca frenata a causa di una carenza di manodopera specializzata senza precedenti.
Nonostante il settore marittimo stia vivendo una fase di massima fioritura, si riscontra una difficoltà cronica nel reperire personale qualificato. Il disallineamento tra la domanda delle imprese e l’offerta dei lavoratori è evidente: circa 46 contratti su 100 rimangono non sottoscritti per l’assenza di figure adeguate.
Questo fenomeno è alimentato da una trasformazione rapida delle competenze richieste, orientate sempre più verso la sostenibilità, l’economia circolare e l’innovazione ambientale, come dimostrano i nuovi progetti di stampa 3D applicati al riuso degli scarti ittici.
La Liguria rappresenta il cuore pulsante di questa dinamica, essendo la prima regione in Italia per specializzazione nella blue economy. Nonostante l’economia del mare generi qui oltre il 15% dell’occupazione regionale, la cantieristica navale soffre in modo particolare, con il 43% delle posizioni lavorative che resta scoperto. Le aziende ricercano con urgenza profili ibridi che uniscano manualità tecnica e conoscenze digitali, tra cui:
Saldatori specializzati e meccanici navali.
Ingegneri e tecnici esperti in transizione energetica.
Professionisti della digitalizzazione industriale.
La mancanza di circa 175.000 lavoratori previsti nel prossimo futuro dipende da un duplice fattore. Da una parte, il naturale pensionamento della forza lavoro storica sta svuotando i cantieri e i porti; dall’altra, si registra una forte difficoltà nel ricambio generazionale.
Sebbene esistano percorsi formativi dedicati e istituti tecnici superiori (Its), il collegamento tra il sistema scolastico e quello produttivo appare ancora insufficiente. Le imprese segnalano uno scollamento tra i programmi didattici e le reali necessità operative dei terminal portuali e dei siti di costruzione.
Il successo della blue economy italiana dipende ora dalla capacità di risolvere questa crisi del personale. Il rischio concreto è che la carenza di competenze possa rallentare i grandi progetti infrastrutturali e i processi di transizione ecologica già avviati.
Per consolidare il ruolo dell’Italia come hub del Mediterraneo, diventa prioritario investire in una formazione continua e in strategie di attrazione per i giovani talenti. La competitività del settore non si misurerà più solo sul fatturato, ma sulla capacità di creare un sistema produttivo resiliente, capace di garantire continuità generazionale e innovazione tecnologica costante.