Gli immigrati svolgono attività che molti italiani non vogliono più fare, e quando hanno un contratto regolare contribuiscono al welfare nazionale pagando tasse e versando contributi. Ma molti di loro lavorano in nero e sono sotto-pagati. Per evitare i contraccolpi sociali negativi è necessario che l’ingresso nel nostro paese sia accompagnato da misure di buona inclusione sociale. Di questi e altri temi riguardanti il lavoro degli stranieri in Italia parliamo con Laura Zanfrini, professore ordinario di “Sociologia delle migrazioni” all'Università Cattolica di Milano e responsabile del settore “Economia, lavoro e welfare” presso la Fondazione ISMU (Iniziative e Studi sulla Multietnicità).
Nell’ultimo rapporto annuale sugli “Stranieri nel mercato del lavoro in Italia” il Ministero del Lavoro quantifica in oltre 2.5 milioni il numero dei non italiani che risultano occupati nel nostro paese. Ciò corrisponde circa al 10,5% del totale. Premesso che l’immigrazione viene spesso percepita da una parte dell’opinione pubblica e del mondo politico come un problema o un pericolo, quali sono, professoressa Zanfrini, le ragioni per cui essa può essere invece una risorsa?
Il tema è complesso e va analizzato da diverse prospettive. Partirei dagli esiti di un altro rapporto ancora più recente, pubblicato dalla Fondazione ISMU con la quale collaboro. Nel mio focus dedicato al Lavoro ho portato l’attenzione innanzitutto sugli scenari demografici (https://www.ismu.org/31-rapporto-sulle-migrazioni-2025/.). La componente straniera è in continuo aumento e rappresenta una leva importante per arginare il generale invecchiamento della popolazione e gestire il turnover generazionale delle forze lavoro, tenuto conto che in Italia l’età media degli occupati è molto alta. Ho detto “importante”, ma aggiungo “non risolutiva” rispetto ai problemi che il trend demografico comporta, quali ad esempio la sostenibilità del sistema fiscale e pensionistico. Perché non risolutiva? Perché se è vero che gli immigrati regolarmente occupati contribuiscono con le trattenute sui salari a rimpolpare le casse dello Stato e dell’INPS, è anche vero che molti di loro un lavoro regolare non ce l’hanno, ed anche quelli assunti nel rispetto delle normative di legge hanno perlopiù retribuzioni basse, alle quali corrispondono imposte e contributi previdenziali limitati. Sappiamo inoltre, e questo è un altro aspetto importante della questione “immigrati”, che gran parte degli stranieri in Italia sono impiegati in attività manuali poco qualificate, in un quadro sociale nel quale la popolazione autoctona, generalmente più istruita, non si adatta più a svolgere quel tipo di mansioni. Peraltro il principale datore di lavoro degli immigrati in Italia sono da sempre le famiglie. Circa tre quarti del personale domestico (colf e assistenti domiciliari) sono di nazionalità straniera. Si tratta soprattutto di donne che danno un contributo importante, rispondendo a un’esigenza diffusa – e che crescerà ancora insieme all’aumento degli anziani e dei malati cronici – e tamponando le lacune del sistema di welfare istituzionale. Ma la concentrazione degli immigrati – o per meglio dire delle immigrate – in questo settore è anche la spia di una situazione complessiva allarmante.
A cosa si riferisce, professoressa Zanfrini?
Anche qui occorre esaminare la questione nella sua globalità per metterne in evidenza le criticità. L’etnicizzazione del comparto della cura è anche la conseguenza dello scarso riconoscimento sociale e retributivo di queste professioni essenziali, che rischia di diventare una pietra d’inciampo alla complessiva sostenibilità della società e dell’economia. In termini più generali, va poi osservato che l’Italia attrae soprattutto una immigrazione poco istruita e poco qualificata: anzi, in ambito OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) deteniamo il poco invidiabile primato del Paese che attrae l’immigrazione col più basso livello di scolarità. Ciò impatta negativamente sullo stock di capitale umano disponibile sul mercato del lavoro nazionale. Oltre a ciò continuiamo a registrare una drammatica incidenza di occupati in forma irregolare: nel comparto del lavoro domestico, in particolare, parliamo di 6-7 lavoratrici/lavoratori su dieci senza un regolare contratto. Ma anche quando il contratto è a norma di legge, la paga è generalmente bassa, così che oltre un terzo dei lavoratori immigrati può essere definito un working poor, un lavoratore povero, con gravi difficoltà specie per chi vive nelle città in cui il costo della vita è più elevato. Molte famiglie straniere vivono sotto la soglia della povertà assoluta e addirittura più di quattro minori stranieri su dieci stanno crescendo all’interno di famiglie povere. I figli degli stranieri, cioè coloro che chiamiamo immigrati di seconda generazione, crescono spesso in condizioni svantaggiate, sia dal punto di vista delle risorse economiche famigliari, sia per quanto riguarda le opportunità culturali e formative, avendo genitori che non sono in grado di sostenerli nella loro carriera scolastica.
Vuole dire qualcosa di più rispetto agli immigrati di seconda generazione?
Molti di loro soffrono il disagio tipico delle periferie urbane degradate, che si manifesta talvolta – com’è avvenuto in molti altri paesi di immigrazione - in episodi di microcriminalità, in questo periodo ampiamente documentati dai media. Per cogliere le implicazioni della questione dobbiamo considerare il peso demografico dei figli degli immigrati in un’Italia che invecchia: circa il 20% dei nuovi nati sono figli di immigrati (e in alcune regioni e città il dato è ancora più alto), e ciò dovrebbe bastare a far capire come i destini di questi bambini e ragazzi non sono un problema “loro”, ma un problema “nostro”, della società italiana contemporanea e del suo futuro.
A parte ciò, sotto il profilo demografico gli immigrati di seconda generazione rappresentano una componente sempre più consistente del quadro sociale complessivo. In prospettiva è allora indispensabile affrancarsi da una concezione “castale” dell’immigrazione, che considera gli immigrati i candidati “naturali” a fare i lavori che “noi” non vogliamo più fare; lavori spesso poco tutelati e troppo poco pagati. Una rappresentazione intrinsecamente discriminatoria, e come tale incoerente con i principi di uguaglianza posti alla base delle democrazie liberali, ma anche poco sostenibile: il vantaggio di disporre di una forza lavoro a buon mercato e iper-adattabile potrebbe rivelarsi un boomerang. In definitiva l’immigrato è sì una risorsa per il sistema produttivo e per la società, per tutte le ragioni che ho elencato nelle risposte alle precedenti domande. Ma il vantaggio rischia di essere di breve periodo e di ridursi ad una pezza per turare qualche buco e rimediare a esigenze occupazionali che rimarrebbero altrimenti insoddisfatte, se non vengono attuati interventi che correggano alla radice i meccanismi di inclusione sociale. L’immigrazione come strumento per ovviare ai nostri problemi economici può trasformarsi in un boomerang.
Come si può evitare l’effetto boomerang?
Prima di tutto offrendo condizioni di lavoro e retributive dignitose. Da 6 a 7 immigrati su 10 lavorano senza contratto. E in casi simili il salario minimo, di cui molto si parla, non risolverebbe il problema dell’irregolarità contrattuale diffusa e del ricorso ai molteplici espedienti “legali” per contenere il costo del lavoro e abbassare le tutele: dalle false partite IVA ai subappalti al ribasso. Alla base dovrebbe esserci un radicale cambiamento di atteggiamento culturale, per dare ad attività essenziali un adeguato riconoscimento economico. Dove sta scritto che un lavoro manuale meriti necessariamente una retribuzione inferiore rispetto ad un’attività impiegatizia? Inoltre, laddove in certi settori come quello dell’assistenza agli anziani o ai disabili (nei quali la prevalenza di manodopera straniera è evidente) il datore di lavoro (famiglia o struttura assistenziale) sia impossibilitato a corrispondere stipendi adeguati, sarebbero opportune misure di sussidiarizzazione del costo del lavoro finanziate con la fiscalità generale, che fra le altre cose avrebbero l’effetto positivo di stimolare un’emersione dal “nero”.
Gli ingressi di lavoratori extra-comunitari previsti dal governo per il triennio 2026-2028 ammontano a 497.550 unità, di cui 164.850 nell’anno in corso. Il meccanismo per le assunzioni è quello del click-day, che sinora ha dato risultati insoddisfacenti. Risulta che il click-day sia spesso sfruttato da organizzazioni criminali italiane ed estere per assunzioni fittizie o compravendita di posti di lavoro. Vuole spiegare quali sono i difetti di questo strumento?
Io penso che in un paese come il nostro, in cui non esiste una salda cultura della legalità, qualunque procedura rischia purtroppo di essere manipolata per usi impropri. È vero quello che lei dice sugli abusi commessi in relazione al click-day, ma fenomeni negativi simili avvenivano anche in passato. Il problema dei falsi contratti è preesistente all’istituzione dei click-day e ha accompagnato tutte le operazioni di regolarizzazione che si sono susseguite negli anni. Certo il meccanismo può essere migliorato, ma le correzioni tecniche non sono sufficienti senza una moralizzazione dei comportamenti dei datori di lavoro – a partire dai molti che si dichiarano favorevoli all’immigrazione ma poi hanno in casa la colf in nero – e nel funzionamento del mercato del lavoro, in particolare per quanto riguarda le assunzioni di stranieri. Un esempio che potrei farle è quello di una maggiore corresponsabilizzazione dei soggetti della società civile. Le associazioni imprenditoriali dicono di avere bisogno di manodopera estera? Benissimo. Oggi la legge ha liberalizzato gli ingressi per chi partecipa a programmi di formazione all’estero, ma creare una filiera di reclutamento regolare e professionalizzante esige che le imprese investano risorse economiche e progettuali adeguate.
Applavoro, un portale che favorisce l’incontro fra domanda e offerta di lavoro, sul cui blog scrivo, ha appena lanciato un programma in Bangladesh che forse risponde ai criteri da lei appena accennati. Ma tornando al problema delle regole che non ci sono, oppure quando ci sono spesso vengono violate, mi sembra di capire che per lei sia fondamentale un cambio di atteggiamento culturale. Vuole dire ancora qualcosa su questo punto?
Quello che intendo dire è che si possono certo, se per esempio si vuole contrastare il lavoro nero, mettere vincoli più stringenti, programmare controlli più rigidi, disporre ispezioni e sanzioni severe. Ma tutto ciò non basta a scardinare sistemi atavici – si pensi alle logiche del caporalato ancora imperanti in alcuni settori e contesti territoriali -. Occorre fare massa critica, facendo convergere gli sforzi degli attori della società civile, delle comunità locali, rinunciando anche al vantaggio di poter pagare prodotti e servizi troppo poco rispetto al loro reale valore.
Come lei diceva, prevale l’immigrazione di persone con bassa qualifica professionale. Cosa si potrebbe fare per favorire l’afflusso di stranieri con livelli di istruzione e formazione più elevati?
Le dirò una cosa che potrà sorprenderla. Mi è capitato di incontrare molti imprenditori e perfino direttori del personale di grandi aziende ignari dell’esistenza di una normativa Ue, ovviamente valida anche in Italia, basata sulla cosiddetta Carta Blu che consente in ogni momento il reclutamento all’estero e l’assunzione dei lavoratori ad alta qualificazione, al di fuori delle quote. Essa consente a un individuo con elevato livello di istruzione, di essere assunto al di fuori delle quote fissate dai decreti-flussi. Il problema però non sta solo nella maggiore o minore facilità di ingresso in un Paese; sta anche in ciò che il Paese offre. E allora le chiedo: per quale motivo un infermiere di nazionalità straniera dovrebbe venire in Italia, quando in Germania o in Svizzera guadagnerebbe molto di più? Faccio un altro esempio, di diverso tipo, per spiegare come il nostro paese sia spesso poco attrattivo per gli stranieri con alta qualifica professionale: la modulistica per accedere ai servizi bancari e finanziari è spesso disponibile solo in lingua italiana; negli sportelli degli uffici pubblici spesso non ci sono operatori in grado di parlare altre lingue; aprire un’attività imprenditoriale comporta una trafila di adempimenti molto più onerosa rispetto agli altri paesi. Tutto ciò è già un primo ostacolo per lo straniero che ancora non conosca l’italiano e voglia farsi un’idea di cosa lo aspetti se viene a lavorare da noi.
In un altro studio, il “XV Rapporto annuale sull’economia dell’immigrazione” della Fondazione Leone Moressa, si sostiene che l’afflusso di lavoratori o aspiranti tali dall’estero verso l’Italia sarebbe entrato in una fase nuova, con ritmi di crescita inferiori rispetto al primo decennio di questo secolo. In altre parole, mentre molti continuano a gridare all’invasione, saremmo ormai in una dimensione diversa: la quota di stranieri rispetto alla popolazione residente si starebbe stabilizzando intorno ad un 9% circa della popolazione. Questa descrizione corrisponde alle sue rilevazioni? E se essa corrispondesse al vero, quali conseguenze bisognerebbe trarne?
Posso risponderle che sul piano strettamente statistico le cose stanno così. Ma bisogna fare i conti coi molti -circa 2,8 milioni secondo alcune stime- immigrati che hanno ottenuto ottenuto la cittadinanza italiana divenendo invisibili nelle statistiche. In altre parole può accadere che sì, formalmente il numero degli stranieri residenti sia da qualche tempo abbastanza stabile, ma la popolazione con un background migratorio sta continuando a crescere, anche attraverso le nuove nascite. C’è poi un altro dato che va nella direzione di quella stabilizzazione di cui lei parlava, ed è il fenomeno dei ricongiungimenti familiari, che oggi rappresentano il principale canale di ingresso in Italia. Questo è un fenomeno che normalmente viene considerato come un indicatore di stabilizzazione e di un orientamento alla permanenza definitiva.
Non dimentichiamo però che quando un immigrato assume la cittadinanza del nostro paese, non recide necessariamente i ponti culturali, psicologici e spesso anche materiali con la terra d’origine. Diventa, come è naturale che sia, “anche” italiano, non “solo” italiano come si sente talvolta impropriamente affermare. Anche dal punto di vista formale, molti “nuovi italiani” conservano la cittadinanza del paese d’origine, possono esercitare i loro diritti (per esempio quello di voto) in entrambi i paesi e talvolta hanno perfino una doppia residenza anagrafica o fiscale, e più in generale restano connessi con l’una e l’altra realtà.
A proposito di ricongiungimenti familiari, lei ritiene che le misure attualmente in vigore siano adeguate? E quelle per la concessione della cittadinanza o i permessi di soggiorno?
Le norme sui ricongiungimenti sono conformi con la direttiva UE che stabilisce criteri “ragionevoli” riguardanti la disponibilità di un reddito e di un alloggio adeguato; certo, il loro effetto è di penalizzare i più poveri, ma sarebbe difficile prevedere il ricongiungimento quando non ci sono le condizioni per una accoglienza quanto meno dignitosa da parte della persona che presenta la domanda.
Per quanto riguarda i permessi, a volte si è alle prese con un uso improprio della richiesta di asilo come escamotage per essere ammessi nel paese. Se dal punto di vista umanitario il confine tra migrazioni economiche e migrazioni per ragioni di protezione è sempre più difficile da tracciare, è evidente come la sostenibilità economica, sociale e politica dei sistemi di protezione richiede di distinguere i soggetti realmente meritevoli di protezione secondo le normative in vigore.
Circa la cittadinanza, l’orientamento prevalente fra gli esperti a livello internazionale è a favore dello ius soli piuttosto che dello ius sanguinis: ciò implicherebbe una riforma della legge italiana, poco coerente col suo ruolo di paese d’immigrazione. Voglio però aggiungere questo: il riconoscimento della cittadinanza corrisponde a una promessa di uguaglianza, di diritti e di opportunità. Ma se all’uguaglianza giuridica non corrisponde un’uguaglianza fattuale, nascono fatalmente delle tensioni. Lo dimostra emblematicamente la vicenda francese e l’esperienza dei giovani d’origine immigrata ma francesi fin dalla loro nascita protagonisti delle rivolte delle banlieues. Non c’è nulla di più frustrante dell’essere definiti “uguali” e poi trattati da “diseguali”. Questa vicenda dovrebbe costituire anche un monito per il nostro Paese.