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Italia e nomadi digitali: perché il sogno si sta trasformando in un flop

MERCOLEDÌ 28 GENNAIO 2026 | Lascia un commento
Foto Italia e nomadi digitali: perché il sogno si sta trasformando in un flop
Scritto da Marco Fior

L’idea era ambiziosa e affascinante: trasformare il nostro Paese nella destinazione prediletta per i professionisti del futuro, quelli che lavorano con un laptop sotto il braccio e non hanno bisogno di una scrivania fissa. Attraverso il visto per i nomadi digitali, l’Italia puntava a ripopolare i borghi storici, attirare talenti internazionali e generare un nuovo indotto economico. Tuttavia, i dati recenti e le analisi di settore dipingono una realtà ben diversa: un sistema bloccato dalla burocrazia che spinge i freelance extra-UE a fuggire dopo soli novanta giorni.

 

Il miraggio dei novanta giorni

Attualmente, la maggior parte dei nomadi digitali provenienti da paesi extra-europei entra in Italia sfruttando il semplice visto turistico. Questo permette loro di soggiornare nel Bel Paese per un massimo di tre mesi, un tempo sufficiente per godersi le bellezze paesaggistiche e la qualità della vita, ma del tutto insufficiente per costruire una stabilità o contribuire seriamente all’economia locale. 

Il problema sorge quando questi professionisti tentano di regolarizzare la propria posizione per restare più a lungo.

Le procedure previste per ottenere il visto specifico per nomadi digitali sono descritte come un labirinto di requisiti stringenti. Un grosso problema burocratico, insomma.

Spesso viene richiesto di dimostrare redditi minimi molto elevati e continuativi, una condizione che mal si concilia con la natura stessa del lavoro freelance, caratterizzato da fluttuazioni e contratti con clienti multipli sparsi per il mondo. Il risultato è scontato: allo scadere del novantesimo giorno, i talenti chiudono il computer e si spostano verso nazioni con politiche di accoglienza più elastiche e moderne.

 

Barriere burocratiche e requisiti stringenti

L’Associazione italiana nomadi digitali ha evidenziato come il confronto con le piattaforme internazionali di settore sia impietoso. 

Mentre paesi come il Portogallo, la Spagna o la Croazia hanno creato percorsi snelli e digitalizzati per accogliere i lavoratori da remoto, l’Italia sembra essere rimasta ancorata a una visione del lavoro tradizionale.

Uno degli ostacoli principali riguarda la documentazione richiesta per provare la propria attività lavorativa e i redditi prodotti. Molti nomadi digitali operano attraverso piattaforme globali o collaborazioni che non sempre producono la tipologia di certificati che gli uffici pubblici italiani sono abituati a processare. 

Questa rigidità trasforma quello che dovrebbe essere un incentivo in una barriera d’ingresso insormontabile, privando il territorio di figure ad alta scolarizzazione e con un forte potere d’acquisto.

L’occasione mancata per i borghi a rischio spopolamento

Il fallimento, o quanto meno il rallentamento, di questa iniziativa colpisce duramente soprattutto i piccoli comuni. Si era ipotizzato che i nomadi digitali potessero essere la linfa vitale per i borghi in via di spopolamento, portando nuova energia, competenze digitali e consumi in aree geografiche spesso dimenticate dal turismo di massa.

Senza un visto funzionale, l’idea di vedere questi professionisti stabilire la propria residenza fiscale in Italia, pagare le tasse e integrarsi nelle comunità locali rimane un’utopia sulla carta.

Recentemente era stata avanzata una proposta in Manovra per introdurre una tassazione ridotta del 50% sui redditi prodotti, simile a quanto previsto per il rientro dei cervelli, proprio per rendere l’Italia una meta competitiva. Tuttavia, l’emendamento non è passato.

 

Verso una necessaria revisione del sistema

Il nomadismo digitale non è una moda passeggera, ma una trasformazione strutturale del mercato del lavoro globale che l’Italia non può permettersi di ignorare. 

Sarebbe opportuno pensare ad una semplificazione radicale delle procedure, un adeguamento dei parametri di reddito alle reali dinamiche del lavoro indipendente e una maggiore digitalizzazione dei processi di richiesta.

L’Italia possiede tutte le caratteristiche per essere la prima scelta al mondo per chi lavora da remoto: cultura, clima, cibo e bellezza. Tuttavia, finché la burocrazia rappresenterà un ostacolo, il rischio è che il Paese rimanga solo una splendida cartolina da visitare per tre mesi, prima di spostare l’ufficio altrove.



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