Crescita inferiore alla media europea, ristagno del PIL reale per ora lavorata, ingresso nel mercato del lavoro particolarmente difficile per i giovani. Sull’altro piatto della bilancia un aumento degli occupati e un parziale recupero dei salari reali rispetto alla tendenza negativa degli ultimi decenni. Sono le tappe di un itinerario attraverso il mercato del lavoro italiano, le sue croniche debolezze e qualche timido segnale di risveglio, guidati dalla dottoressa Cristina Freguja, direttrice del Dipartimento per le statistiche sociali e demografiche dell’ISTAT.
Secondo il Rapporto mondiale sui salari pubblicato con cadenza biennale dall’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL), l'Italia ha registrato una delle peggiori performance tra i Paesi del G20 riguardo alla variazione dei salari reali dal 2008 ad oggi. Quali riflessioni le suggeriscono questi dati, dottoressa Freguja?
In Italia, nel nuovo millennio, il tasso di crescita economica è stato significativamente inferiore a quello di quasi tutte le altre grandi economie avanzate e alla media dell’Unione Europea. Questo è avvenuto nonostante l’occupazione sia aumentata a un ritmo comparabile a quello di Francia e Germania. L’incremento delle opportunità occupazionali è stato favorito soprattutto dall’espansione dei servizi ad alta intensità di lavoro e a bassa produttività, settori dove la prestazione umana è la componente principale e non può essere facilmente automatizzata. Inoltre, la produttività del lavoro, già cresciuta meno che nelle altre principali economie europee, ha registrato un andamento particolarmente debole anche negli altri settori. Di conseguenza, in Italia si è osservato un ristagno del PIL reale per ora lavorata e, quindi, una dinamica salariale modesta nel medio-lungo periodo. Anche la quota di occupazione più qualificata è aumentata meno rispetto alle altre maggiori economie europee. Negli anni più recenti, tuttavia, l’incremento degli occupati nelle professioni legate alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione — componente strategica per la competitività e l’innovazione del sistema economico — può contribuire a spiegare il parziale recupero nel potere d’acquisto dei salari reali.
L’occupazione negli ultimi anni è salita, ma ciò ha riguardato soprattutto gli ultracinquantenni. Questo ci porta a considerare un altro problema, che è quello demografico. La popolazione invecchia. Ci sono meno giovani occupati anche perché, più semplicemente, ci sono meno giovani. Si può contrastare questo fenomeno? Con quali metodi, quali scelte?
Il nostro è un Paese che, dal punto di vista demografico, presenta caratteristiche di vera e propria eccezionalità. Siamo tra i primi al mondo per speranza di vita, ma anche tra gli ultimi per numero medio di figli per donna; e abbiamo uno dei più alti livelli di invecchiamento della popolazione. Ciò non può che riflettersi sulla struttura della popolazione in età attiva, risentendo anche del fatto che l’Italia è il paese con il più basso tasso di occupazione giovanile (nel 2025, 44,1% tra i 15-34enni, con una distanza che nei confronti della Germania arriva ad essere di oltre 30 punti percentuali). Per questo, a partire dal 2009, l’età media della forza lavoro (occupati e disoccupati) tra i 15 e i 64 anni è diventata addirittura superiore a quella della popolazione di questa stessa fascia di età: 44 anni, il valore più elevato in Europa, insieme alla Bulgaria.
Del resto, nel nostro paese, le nuove generazioni incontrano non pochi ostacoli nei percorsi di transizione alla vita adulta, tra i quali spiccano sicuramente le difficoltà di ingresso nel mercato del lavoro e l’instabilità lavorativa. Così, oltre due terzi dei 18-34enni vive ancora con i genitori, un dato che ci colloca tra i paesi europei con la maggiore permanenza in famiglia, riflettendosi anche sulle scelte riproduttive e contribuendo al calo della natalità. Ciò che preoccupa è che l’invecchiamento della popolazione lavorativa tende ad avere effetti deprimenti sull’imprenditorialità e sulle strategie di innovazione; contrastare queste dinamiche è questione molto complessa e richiede l’implementazione di misure altrettanto complesse e articolate su diversi fronti. Non c’è dubbio, però, che una delle leve più importanti per aumentare i tassi di occupazione giovanile sia l’investimento nel capitale umano, attraverso l’istruzione e la formazione. Basti pensare che il tasso di occupazione dei giovani fino a 35 anni, che tra i diplomati è pari al 51,5%, sale al 68% tra quanti hanno un titolo di studio terziario.
Alcune rilevazioni statistiche indicano un aumento della povertà anche fra gli occupati. In altre parole, l’indigenza non è più solo la precaria condizione esistenziale di chi vive ai margini della società, senza un lavoro o senza una casa in cui vivere. A lei, che ha dedicato buona parte delle sue ricerche all’esclusione sociale, risulta che le cose stiano così? Cosa sta accadendo?
Negli anni più recenti, si registra un pressoché costante aumento dei tassi di partecipazione al mercato del lavoro e, nel 2025, si è raggiunto il massimo storico di oltre 24 milioni di occupati. A ciò si è affiancato anche un miglioramento della qualità dell’occupazione in termini di stabilità, con l’aumento dei contratti a tempo indeterminato e la riduzione della quota di occupati a termine. Tuttavia, persistono elementi di vulnerabilità: circa un terzo dei giovani e quasi un quarto delle donne sperimentano forme di lavoro precario o part-time involontario, spesso legate al settore terziario e dei servizi. Inoltre, il potere d’acquisto del reddito da lavoro ha risentito negativamente della fase di alta inflazione del 2022-23, vedendo indebolirsi la sua funzione protettiva, in particolare per alcuni segmenti di occupati. Negli ultimi dieci anni, tra i lavoratori, l’incidenza di povertà assoluta è aumentata soprattutto per i lavoratori dipendenti (da 5,0% all’8,0%), mentre per gli indipendenti l’incremento si è limitato a pochi decimi di punto. Gli individui che lavorano come operai o assimilati sono quelli che hanno visto peggiorare di più la propria condizione, arrivando a contare oltre 1 milione di poveri in termini assoluti nel 2024 (ultimo dato disponibile), con un’incidenza del 14,1%. Del resto, il basso livello di istruzione a cui si associa di solito questo profilo professionale è spesso collegato a una maggiore esposizione alla precarietà, con un forte aumento del rischio di scivolare in condizioni di povertà rispetto a chi possiede qualifiche più elevate.
Un limite cronico del nostro sistema produttivo, secondo molti commentatori, è un’insufficiente disponibilità all’innovazione tecnologica. Come si manifesta questa tendenza? Da cosa dipende? Incapacità imprenditoriale? Inettitudine politica? Che altro?
Lo sviluppo della conoscenza e dell’innovazione tecnologica nelle attività produttive non possono prescindere dalla disponibilità di capitale umano con formazione e competenze adeguate. In Italia, gli occupati laureati e/o quanti lavorano come professionisti e tecnici, in ambito scientifico e tecnologico - le cosiddette Risorse Umane in Scienza e Tecnologia - è più limitata rispetto alle maggiori economie UE27. Gli ultimi dati disponibili ci dicono che l’incidenza sul totale degli occupati è pari a circa il 40,0%, dieci punti percentuali in meno rispetto a quanto si osserva in Germania e Spagna e diciassette rispetto alla Francia. Questo dato è spiegato dal minore sviluppo delle attività che fanno un uso più intenso di questo tipo di professionalità e dal minore investimento in attività di Ricerca e Sviluppo che è strettamente connessa alla diffusione della digitalizzazione. Il ritardo digitale, tecnologico e di conoscenza che caratterizza le imprese italiane rimanda alle caratteristiche del tessuto produttivo e, in particolare, alla prevalenza di imprese che hanno una dimensione contenuta, la cui internazionalizzazione è trainata da quelle più grandi. Ne consegue anche un’elevata incidenza di laureati sovra-istruiti, cioè di occupati con un titolo di studio superiore a quello richiesto per svolgere la propria professione. Tra i 25-34enni occupati, i laureati sovra-istruiti sono oltre un terzo e non sono pochi nemmeno tra i laureati in discipline scientifico-tecnologiche, cosiddette STEM (27%).
Altro intralcio ad un corretto funzionamento del mercato del lavoro è la carenza di meccanismi efficienti di formazione professionale. Cosa risulta a lei, in base alla sua esperienza o alle analisi di cui è a conoscenza?
Nei prossimi anni il nostro paese dovrà far fronte allo scarso ricambio generazionale, ma anche alla natura sempre più fluida delle competenze professionali richieste dalla transizione digitale e da quella ecologica, competenze di cui le imprese dovranno dotarsi per rimanere sul mercato. L’investimento in istruzione e in formazione continua è una chiave fondamentale per affrontare il futuro, ma al momento il nostro paese presenta un certo ritardo su questi fronti. La quota di persone con almeno una qualifica o un diploma secondario superiore (66,7%) è quasi 14 punti percentuali più bassa rispetto alla media europea, un gap significativo visto che questo titolo di studio è considerato il livello di formazione minimo indispensabile per una partecipazione al mercato del lavoro con un potenziale di crescita professionale. Non va molto meglio se si guarda all’istruzione terziaria della popolazione più giovane: i 25-34enni in possesso di un titolo di studio terziario sono il 31,6%, contro il 44,1% nell’UE27. A ciò si aggiungano i divari elevati rispetto alla media europea anche in riferimento a quanti sono impegnati nelle attività di Formazione continua che sono necessarie a contrastare la disoccupazione, a tenere il passo con il cambiamento e a consentire un’adeguata valorizzazione del capitale umano fino a tarda età. Sebbene anche negli altri paesi europei chi ha più bisogno di acquisire, sviluppare e aggiornare le competenze, tenda ad avere minori opportunità di formazione, in Italia i livelli di partecipazione sono comunque più bassi: solamente il 18,7% dei disoccupati e il 24,3% degli occupati a bassa qualifica, contro il 61,4% degli occupati con qualifiche più elevate.