Per decenni, il mercato del lavoro italiano è stato caratterizzato da una riservatezza quasi assoluta riguardo alla retribuzione. Formule vaghe come compenso commisurato all'esperienza hanno dominato gli annunci, obbligando i candidati a una sorta di scommessa al buio. Tuttavia, il 2026 segna il termine ultimo per l'adeguamento alla direttiva europea sulla trasparenza retributiva, trasformando quello che era un tabù in un preciso obbligo di legge. Questa svolta promette di bilanciare il potere negoziale tra aziende e lavoratori, ponendo le basi per un sistema basato sull'equità e sul valore reale del ruolo.
Una direttiva contro il divario di genere
La nuova normativa nasce con un obiettivo sociale ambizioso: eliminare il divario retributivo di genere. La trasparenza non serve solo a semplificare la ricerca di lavoro, ma a garantire che uomini e donne ricevano lo stesso stipendio per lo stesso lavoro.
Le aziende saranno obbligate a rendere pubblici i criteri utilizzati per determinare gli aumenti e le progressioni di carriera, rendendo impossibile nascondere disparità ingiustificate dietro la scusa della trattativa individuale. Questo cambiamento impone una revisione profonda delle politiche retributive interne, che dovranno essere oggettive e documentabili.
Obbligo di chiarezza negli annunci e nei colloqui
Con le nuove regole, il datore di lavoro non può più rimandare la discussione economica all'ultimo momento. Le informazioni sul livello retributivo iniziale o sulla relativa fascia devono essere fornite ai candidati prima del colloquio, preferibilmente già nell'annuncio di lavoro o comunque in modo proattivo. Inoltre, viene introdotto un divieto molto importante: i selezionatori non potranno più chiedere ai candidati quale sia la loro retribuzione attuale o passata.

Sanzioni: cosa rischiano le aziende
Le aziende che non rispettano gli obblighi di comunicazione sui divari retributivi o che continuano a praticare il segreto salariale potranno incorrere in pesanti multe amministrative.
Oltre alle sanzioni pecuniarie, le imprese rischiano di dover risarcire i lavoratori che hanno subito discriminazioni. Se un dipendente riesce a dimostrare di essere stato pagato meno di un collega di sesso opposto per un lavoro di pari valore, l'onere della prova ricadrà sull'azienda, che dovrà dimostrare di non aver violato le norme sulla parità. Il lavoratore avrà diritto al recupero integrale delle retribuzioni arretrate e dei relativi bonus, oltre al risarcimento per la perdita di opportunità.
I vantaggi per il sistema lavoro e la fiducia aziendale
Sebbene l'aspetto sanzionatorio sia quello che più preoccupa i datori di lavoro, la trasparenza salariale porta con sé benefici strutturali. Le aziende che comunicano apertamente i range di stipendio vedono ridursi drasticamente il tempo dedicato a colloqui con candidati non in linea con il budget, ottimizzando i costi del reclutamento.
Allo stesso tempo, si costruisce un clima di fiducia interna: quando i dipendenti sanno come vengono calcolati i loro compensi, la motivazione e il senso di appartenenza aumentano, riducendo il turnover e favorendo la meritocrazia.