Già da tempo nel sistema d’insegnamento italiano è stata introdotta l’Alternanza Scuola Lavoro, cioè l’integrazione dello studio teorico con esperienze pratiche extra-scolastiche. I giudici sul suo funzionamento nel nostro Paese sono in genere meno lusinghieri rispetto alle valutazioni relative ai risultati del modello tedesco, che consente ai giovani un più rapido inserimento nel mondo del lavoro. Di questi argomenti parliamo con Tiziana Pedrizzi, autrice di testi riguardanti la didattica e il rapporto scuola-lavoro in particolare. La dottoressa Pedrizzi ha insegnato ed è stata dirigente scolastica in Istituti Tecnici Commerciali di Milano e provincia e ha collaborato con l’IRRE (Istituto Regionale Ricerca Educativa) Lombardia.
Economisti, imprenditori, organizzazioni sindacali denunciano frequentemente le carenze della formazione professionale come uno dei principali fattori negativi di cui soffre il mercato del lavoro italiano. Quali considerazioni le suggerisce al riguardo, dottoressa Pedrizzi, la profonda conoscenza di questo tipo di problemi, acquisita anche attraverso la personale esperienza di “formatrice”?
In premessa un’informazione: come preside di scuola secondaria ad indirizzo tecnico commerciale in provincia di Milano, a partire dalla fine degli anni 80 ho sviluppato iniziative di alternanza scuola lavoro -esclusivamente con i fondi e le risorse dell’istituto- fino a realizzare scambi con i “BTS” (Brrevet de Technnicien Superieur) di Lione. Ho partecipato successivamente ad altri progetti analoghi nell’ambito dei corsi realizzati dal Comune di Milano prima dell’arrivo della normativa sui fondi europei. Il mio istituto si inserì anche nella rete tedesca delle Aziende Simulate che era stata colà attivata per sopperire alle necessità di un sistema in cui tale pratica era diffusissima ed obbligatoria e le aziende non erano in grado di farvi del tutto fronte. Questo per dire che la pratica della Alternanza Scuola Lavoro, almeno al Nord, viene da molto lontano, da parecchi decenni di esperimenti. Il Governo Renzi qualche anno fa ha avuto il grande merito di istituzionalizzarla completamente e di estenderla obbligatoriamente anche ai Licei. Tornando alla domanda, purtroppo ritengo che le carenze della formazione professionale siano una innegabile realtà con radici molto profonde. Parto da una constatazione relativa alle iscrizioni ai diversi tipi di formazione secondaria negli ultimi anni. Stiamo assistendo, anche nelle regioni più tradizionalmente aperte alla cultura del lavoro come la Lombardia, ad un lievitare dei modelli di formazione “generalista” e ad una ritirata delle iscrizioni agli istituti di istruzione tecnica e professionale. Aggiungo che la “Istruzione e Formazione Professionale (IeFP) regionale, che in Lombardia va bene, è quasi assente nei fatti (non nei finanziamenti) da Roma in giù.
La prevalenza dei modelli di formazione “generalista” è una caratteristica italiana?
Non è una tendenza solo italiana. In tutta Europa il peso della formazione generalista negli ultimi decenni è molto aumentato, anche se non nella misura del nostro paese. Diciamo che è una delle forme che ha preso lo straordinario benessere occidentale-europeo degli ultimi decenni: le famiglie possono permettersi di mantenere i figli agli studi o comunque senza lavorare per più anni, e quello che viene considerato lavoro manuale viene disprezzato e considerato segno di inferiorità sociale. Vi sono parti d’Italia in cui questo “sentiment” ha radici secolari, ma anche nelle regioni più tradizionalmente sedi di classi operaie e tecniche orgogliose di sè la tendenza si è diffusa. Tutte le ragioni o le scuse relative alla mancanza di finanziamenti e di organizzazione che vengono addotte, hanno le loro radici qui. Ricordiamo che rispetto al resto d’Europa l’industrializzazione in Italia a partire dall’800 è stata più tardiva e superficiale. Negli ultimi decenni poi si è diffuso il mito della assoluta prevalenza del terziario, mito un po' sgonfiato negli ultimi tempi anche perché in ogni caso terziario non vuol dire “aria fritta” (mi si consenta l’espressione) come spesso lo si è inteso. Timidi segni di ripensamento sembrano vedersi. Potrà essere interessante la risposta delle iscrizioni di gennaio ai corsi del cosiddetto “4+2” che hanno il merito di proporre un percorso professionale completo anche del segmento terziario, di durata accessibile e con un rapporto strutturato con il mondo del lavoro. Il fatto che si tratti di una iniziativa del governo di centrodestra non dovrebbe impedire all’attuale opposizione di riconoscervi una prosecuzione di proprie iniziative politiche e legislative dei decenni precedenti.
Gli imprenditori dovrebbero essere particolarmente interessati ad un rapporto più stretto con la scuola. Eppure, secondo una ricerca condotta da Invalsi (Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e formazione) assieme ad alcune università (Genova, Milano Bicocca, Roma Sapienza) non sempre le imprese collaborano in maniera soddisfacente alle esperienze di Alternanza Scuola Lavoro. Spesso, ad esempio, i cosiddetti tutor aziendali sono inadeguati. Cosa può dire al riguardo?
La ricerca che lei ha citato da’ una risposta a mio avviso convincente, che qui amplierò. Il primo problema è quello della dimensione delle aziende italiane che negli ultimi tempi hanno visto ulteriormente diminuire il numero dei grandi complessi per attestarsi sulla piccola/media dimensione. A questo livello scarseggiano tempi da dedicare al tutoraggio da parte di personale non certo sovrabbondante. Inoltre mancano settori interni che si specializzino in funzioni di tipo maggiormente “riflessivo” sia nel merito della produzione che della organizzazione e gestione del personale. Ciò che spesso sfugge ai ricercatori ed osservatori è poi che la cultura aziendale delle PMI (Piccole e Medie Imprese), molto orientata all’operativo, non viene vissuta come carenza o con senso di inferiorità, ma spesso rivendicata con orgoglio, come efficienza ed efficacia a fronte del mondo intellettuale che può essere percepito come vacuo, infondatamente pretenzioso e non necessariamente intellettualmente superiore. Questo ultimo fatto non è però necessariamente negativo, perché offre agli studenti, cui spesso la scuola procura un contesto intellettuale che è fumoso senza necessariamente essere profondo (la profondità è semplice), stimoli interessanti. Ricordo che nella mia concreta esperienza una delle cose che più mi colpirono è che i tutor aziendali mi riportavano valutazioni negative dei “primi della classe”, che fornivano prestazioni mediocri o per incapacità o per malinteso senso di superiorità. Ragazzi non particolarmente brillanti scolasticamente risultavano invece valorizzati e motivati dal diverso contesto, cui peraltro aspiravano a tornare al più presto (con esiti peraltro non necessariamente positivi per il loro ultimo anno di maturità).
Più in generale quali risultati ha dato sinora secondo lei l’introduzione di meccanismi di alternanza scuola lavoro nell’ìstruzione secondaria superiore?
Come si sottolinea nel lavoro di ricerca inter-universitario che lei citava e che io ho riassunto, manca una sintesi ufficiale e corposa dei risultati. Non che questo avvenga solo in questo campo, perchè solo ora ci si comincia a rendere conto che, senza riflessioni a posteriori serie, è inutile se non dannoso varare attività sperimentali e non. In generale i bilanci perciò riflettono le opinioni ex-ante di chi le esprime. Temo perciò di non fare eccezione a partire sia dalle osservazioni che ho potuto fare in prima persona, sia da quanto ho potuto studiare e osservare nel mio lavoro successivo di ricerca. Il mio giudizio perciò è che ritengo questa esperienza non solo positiva ma indispensabile. E questo non certo per ragioni di pre-addestramento, ma anche perché si tratta della sola esperienza di rapporto con la realtà obbligatoria per tutti. Molti ragazzi ne hanno esperienza attraverso gli scout o le attività sportive, spesso più formative di quelle della scuola. Ma non tutti. La vera novità è quindi per me rappresentata dalla esperienza nei licei. Mentre infatti, come dicevo sopra, forme non ufficiali o differenti di alternanza sono sempre esistite negli Istituti Tecnici e Professionali, quella dei licei è stata l’effettiva novità introdotta dal Governo Renzi. Ho avuto occasione di raccogliere le opinioni in proposito degli studenti di un liceo classico di Milano, un liceo aperto ed innovativo. Difficile registrare entusiasmo, sia da parte di allievi che di docenti. La perplessità principale è dovuta al fatto che i liceali si vedono proiettati più verso gli studi terziari che verso il lavoro. Ma in effetti questa esperienza dovrebbe essere impostata più come una esperienza di “mondo reale” ed in quanto tale si potrebbe pensare che sia anche più preziosa per i liceali. L’impressione è che da parte delle scuole si vada di necessità cercando la possibilità di esperienze le più varie, senza un forte filo conduttore metodologico e scarsamente inserite nella ipotesi formativa complessiva. Molte anche le esperienze di orientamento verso l’università e verso cui ovviamente le università sono disponibili a fini di reclutamento. Dal rapporto Invalsi già citato risulta che ciò prevalga nelle parti di Italia con una società civile meno vibrante. Se ben seguita la situazione potrebbe migliorare evitando anche che, pure in questo campo, si manifesti una deprimente ennesima separazione fra svogliati ed impegnati.
In generale secondo lei le scuole partecipano con convinzione? Come funziona il coordinamento con i partner esterni?
In premessa è necessario dire che le organizzazioni scolastiche sono complicate, tanto più negli ultimi anni in cui vengono stimolate ovvero bersagliate ad occuparsi delle educazioni le più diverse. Non bisogna perciò stupirsi se si è ingenerato un pò di rigetto verso quanto prescinda dalla ordinaria amministrazione. Direi però che la significatività della attività di Alternanza Scuola Lavoro (come finalmente si è tornati a chiamarla dopo la demagogica parentesi “grillina” del PCTO, acronimo che sta per “Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento”) e soprattutto il fatto che nella realtà essa duri da più decenni, la mette un pò al riparo da queste forme di rigetto. Il rapporto con i partner esterni, più che difficile è talvolta labile, e si può assistere ad una eccessiva divisione dei diversi campi di competenza. Osservazione a margine: in generale i docenti che se ne occupano sono, sia per eventuali lavori precedenti, sia per contesto famigliare, più a loro agio in un contesto diverso da quello della scuola rispetto a chi non ne è mai uscito. E questo aiuta molto.
Quali sono i correttivi che lei suggerirebbe (o che altri suggeriscono e lei condivide) per un migliore funzionamento dell’alternanza scuola-lavoro?
Non mi sento seriamente in grado di proporre correttivi concreti e pratici vista la mia lontananza dalla pratica concreta ormai da tempo. Invece, coerentemente a quanto detto sopra e nella mia qualità di professoressa di storia, ritengo sarebbe indispensabile una premessa storico-teorica, rivolta agli studenti ma soprattutto agli insegnanti, sulla valutazione del lavoro nelle diverse società umane: dall’otium schiavistico come senso di superiorità dei Romani, al “Beruf” tedesco protestante, fino all’analisi filologica del termine napoletano faticare in luogo di lavorare. Suggerirei anche di riflettere sulle condizioni attuali della produttività in Europa e sulle sue prospettive. Questo per storicizzare in modo corretto la situazione in cui questi giovani si trovano e si troveranno. Soprattutto nei licei, naturalmente.
In Germania l’alternanza scuola-lavoro sembra dare buoni risultati, tanto che la grande maggioranza degli studenti che escono dagli istituti tecnico-professionali trovano subito lavoro. Cosa c’è in quel modello che potrebbe adattarsi alla nostra situazione? Esistono altri modelli ai quali ispirarsi?
Ho già accennato sopra alla mia esperienza del modello tedesco, della cui complessità ed imponenza mi resi conto anche partecipando a Lipsia nel 95 alla Fiera delle Aziende Simulate. Più che le modalità organizzative delle scuole, forse conta la sistematica partecipazione delle organizzazioni datoriali, che è collegata alla loro maggiore dimensione. Ma ribadisco che ritengo decisivo il sostrato di stima che colà caratterizza la formazione per il lavoro, vista come via di formazione rispettabile e non di serie B. Quanto alla occupabilità è noto che ci sarebbe anche nel nostro paese. Tuttavia, da informazioni indirette mi risulta che la spinta alla formazione generalista caratterizza oggi anche il mondo di lingua e cultura germanica.