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Le Grandi Dimissioni non vanno in vacanza: altri 300mila hanno lasciato il lavoro

VENERDÌ 24 GIUGNO 2022 | Lascia un commento
Foto Le Grandi Dimissioni non vanno in vacanza: altri 300mila hanno lasciato il lavoro
Scritto da Stefania Pili
La tendenza ad abbandonare il proprio posto di lavoro non cenna ad arrestarsi, anzi. Solo nel primo trimestre del 2022 sono state 307mila persone a essersi volute congedare da un impiego con contratto a tempo indeterminato.

 

Le Grandi Dimissioni non vanno in vacanza: altri 300mila hanno lasciato il lavoro. I casi più eclatanti si stanno verificando in Veneto, dove la metà delle persone che si dimettono trovano una nuova occupazione in circa sette giorni. Un terzo dei dirigenti è disposto anche ad accettare un declassamento della propria posizione professionale pur di cambiare.

 

Per approfondire: “Sos bagnini: ne mancano almeno 3-4mila in tutta Italia


La Great Resignation tutta all'italiana

Il desiderio di equilibrio e flessibilità è sempre più impellente anche per gli italiani, non solo per gli americani. L'Inps dichiara che solo nel primo trimestre del 2022, ben 306.710mila persone in Italia hanno dato le dimissioni dal lavoro, il dato più alto degli ultimi 8 anni, con un aumento del 35% rispetto al 2021. Complessivamente sono state 1 milione e 133 mila le persone che hanno voluto abbandonare la propria occupazione, con un aumento del 30% rispetto al 2019.

Il settore più colpito è quello della ristorazione, con adulti, donne e giovani. Ma non solo, anche le multinazionali risentono delle grandi dimissioni, colpevoli di causare troppo stress, anche se con retribuzioni e benefit interessanti. I carichi di lavoro sembrano essere troppo incessanti agli occhi dei propri dipendenti, ma vengono accompagnati spesso anche da scarse opportunità di crescita, e reperibilità anche fuori dall'orario di lavoro.

Insomma, così come è iniziato negli Stati Uniti, la Great Resignation tende a essere causata prevalentemente da offerte migliori con stipendi superiori ma, fattore più importante, condizioni ottimali per conciliare vita privata e lavoro, con maggiore tolleranza nella gestione del lavoro da remoto e distanze minori tra casa e ufficio.

 

Leggi anche: “Lavoratori stagionali introvabili e aziende che non trovano manodopera: quali sono le cause?

Boom di dimissioni in Veneto

Veneto Lavoro, l'ente regionale che analizza il mercato del lavoro, afferma che non si tratta di una voglia di abbandonare totalmente il proprio lavoro: i dati che emergono, infatti, evidenziano che chi si dimette rimane comunque nel mondo del lavoro, anche se non sempre nello stesso settore. Un trend che fa capire come ci sia una diversa aspirazione professionale come motivazione di fondo, un dinamismo al quale l'Italia, molto probabilmente, non è ancora abituata.

Nei primi cinque mesi del 2022, in Veneto sono stati quasi 52mila i lavoratori che hanno deciso di terminare il proprio contratto; 39mila nel 2021, 38mila nel 2019. Due terzi sono uomini, due terzi adulti, ma anche giovani, donne e senior. Ciò che sorprende è però il tasso di ricollocazione dei dimissionari: quasi la metà, infatti, trova una nuova occupazione entro 7 giorni al 70-80% nello stesso settore o comparto, specialmente nell'industria metalmeccanica, nel turismo e nelle costruzioni. Entro una settimana dalle dimissioni, il 46% degli uomini e il 39% delle donne ha già trovato un altro lavoro.

Il 44% dei ricollocati è rappresentato dai giovani. Il 51% dagli adulti, il 18% dai senior. Il 47% di chi ha avuto un contratto tra uno e tre anni riesce a ricollocarsi subito, il 40% di chi ha avuto un contratto da meno di un anno ha più difficoltà. Quest'anno, nei primi quattro mesi, tuttavia, il 57% è riuscita a ricollocarsi facilmente. La percentuale degli adulti è al 67%, quella dei giovani al 60%, quella delle donne al 52%. Inoltre, un altro dato eclatante (30%) è rappresentato dai dirigenti delle professioni tecniche (27%), dispotso addirittura a scendere di livello e di stipendio pur di cambiare.

 

Ciò a cui stiamo assistendo è sicuramente un radicale cambiamento culturale e mentale, derivato dalle conseguenze della pandemia, e quindi dal desiderio di poter migliorare la propria vita in generale. Una tendenza che ormai, anche in Italia, non accenna ad arrestarsi, un fenomeno con cui le aziende dovranno sicuramente fare i conti sì, ma anche risolverli.

 

Consulta anche: “I nuovi modelli del lavoro: dalla settimana corta al lavoro a distanza



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