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Bene la pensione basata sui contributi. Ma per il prof. Raitano servono anche meccanismi di equità redistribuiva come in Svezia

MERCOLEDÌ 11 MAGGIO 2022 | Lascia un commento
Foto Bene la pensione basata sui contributi. Ma per il prof. Raitano servono anche meccanismi di equità redistribuiva come in Svezia
Scritto da Gabriel Bertinetto

In un sistema pensionistico equo, il calcolo degli assegni secondo il metodo contributivo deve essere integrato da meccanismi re-distribuivi per evitare che le somme erogate al termine dell’attività lavorativa siano troppo esegue. Ciò non comporta necessariamente un aggravio dei conti pubblici, e si può fare persino a costo zero. Lo spiega in questa intervista il Prof. Michele Raitano, che insegna Politica Economica all’Università “La Sapienza” di Roma.

Una delle critiche rivolte al sistema pensionistico italiano è la mancata separazione fra assistenza sociale, cioè l’aiuto agli indigenti, e previdenza sociale, cioè le specifiche tutele previste per i lavoratori. E’ una critica fondata, secondo lei, prof. Raiano? Quali problemi comporta il fatto che non siano istituti diversi ad occuparsi dei due tipi di protezione sociale?

Questo è un tema assai divisivo, intorno al quale si confrontano molteplici punti di vista. La mia opinione è che sia piuttosto difficile chiarire concettualmente la differenza fra assistenza e previdenza. Non solo, da economista ritengo sia un problema di second’ordine, perché l’una e l’altra vengono erogate all’interno dei vincoli imposti dalle risorse pubbliche complessive. Anzi, a livello di Unione Europea questa distinzione non ha luogo. Nelle statistiche UE si prendono in considerazione varie voci che compongono il welfare, ma non si prova a distinguere previdenza e assistenza secondo l’accezione che si segue in Italia. Qui da noi si tende a considerare la previdenza come una forma assicurativa legata ai rapporti di lavoro, e l’assistenza come un supporto al reddito. Questi principi teorici però, calati nella realtà, rivelano la loro debolezza, dato che si osservano, nei fatti, molte situazioni ibride. Il dibattito a volte contrappone chi sostiene che la spesa pubblica per le pensioni sia sotto controllo a chi afferma che così non è a causa dell’eccessivo costo delle tutele di tipo assistenziale. Molti studiosi poi equiparano l’assistenza non alle forme di sostegno che vengono fornite a chi non lavora (dal reddito di cittadinanza alle pensioni minime) ma a tutto ciò che ti viene erogato senza essere finanziato dai contributi che hai versato. Io non condivido questa tesi. Nulla osta infatti a tutele che siano attuate prelevando da altre fonti, e non necessariamente dai contributi. A mio giudizio è del tutto sbagliato distinguere assistenza e previdenza sulla base del modo in cui esse vengono finanziate. Insomma gran parte delle discussioni intorno a questi temi sono basate su un errore di fondo. E ci si divide su una questione che sostanzialmente è di second’ordine. 

 

Quali sono allora le questioni di prim’ordine?

Bisogna affrontare il problema avendo presente che esistono due realtà distinte: gli anziani attuali e gli anziani futuri. Per quanto riguarda i primi, il dato importante è che sono stati inaspriti i requisiti per accedere alla pensione. E’ accaduto con la legge Fornero, ma prima ancora con i provvedimenti emanati ai tempi in cui ministro del Lavoro era Sacconi, che introdusse rigidi automatismi per collegare l’età pensionabile alle aspettative di vita, in maniera sostanzialmente indiscriminata e senza considerare le diversità legate alle condizioni socio-economiche individuali. Tutto ciò ha creato forti disuguaglianze nelle possibilità di accesso al pensionamento, laddove occorrerebbe invece differenziare l’età pensionabile tenendo conto della eterogeneità delle situazioni personali. Inoltre bisognerebbe consentire l’uscita anticipata dal mondo del lavoro anche a chi non ha raggiunto il previsto limite d’età ma è disposto ad accettare tagli al trattamento pensionistico pur di accedervi prima del tempo.

 

Se qualcuno, pur apprezzando forse l’equità delle misure che lei suggerisce, obiettasse che sono costose, cosa risponderebbe?  

Risponderei che i costi non sarebbero enormi. Il numero di persone interessate è limitato. Non stiamo parlando degli insegnanti o dei dipendenti pubblici. Del resto già esiste la cosiddetta “APE Sociale”, che consente di andare in pensione con qualche anno di anticipo a determinate categorie di lavoratori in difficoltà. I costi dell’APE non sono elevati. Inoltre, se ben costruiti, i meccanismi per rendere flessibile l’età del pensionamento sono a costo zero, ragionando in termini di bilancio inter-temporale. Introducendo un pensionamento flessibile con penalizzazione attuariale sulla parte retributiva della prestazione, lo Stato spenderebbe di più oggi a fronte di una minore spesa futura. Quanto riceverai di meno in seguito sarà pari a quanto è stato anticipato nel presente. Inoltre è presumibile che le penalità che vengono applicate in caso di uscita anticipata dal lavoro non siano un incentivo a compiere quella scelta. Lo abbiamo visto recentemente rispetto a “Quota Cento”, un provvedimento che consentiva di andare in pensione qualche anno prima rispetto al limite di legge generale addirittura senza penalità alcuna. Ebbene, ne hanno approfittato solo un quarto di coloro che si immaginava potessero esserne tentati. Lo stesso è accaduto con “Opzione Donna”. Più in generale dobbiamo pensare che una cosa sono i costi di cassa, una cosa gli equilibri di bilancio intertemporale. L’Unione Europea guarda agli indicatori di sostenibilità di lungo periodo, che dipendono dal bilancio intertemporale, non a quanto si spende anno per anno.

 

Abbiamo parlato di coloro che sono prossimi alla pensione, gli anziani attuali. Occupiamoci ora di quelli che Lei prima ha definito gli “anziani futuri”.

A questo riguardo vorrei introdurre il tema della “Pensione di Garanzia”, che è oggetto di una proposta di legge da me avanzata già una decina di anni fa. In sostanza si tratta di garantire ai lavoratori precari di oggi un’integrazione dell’assegno che percepiranno ad esempio dopo 35 anni di attività, dopo una carriera lunga, ma svantaggiosa. Poiché il mercato del lavoro è ricco di impieghi saltuari, assunzioni a tempo determinato, contratti part-time subiti più che scelti, lavori a bassa retribuzione, possiamo immaginare persone che, nonostante molti anni di attività (e frequenti buchi occupazionali) arrivino a maturare il diritto a 700-800 euro mensili. Con la Pensione di Garanzia, sulla base del numero di anni di attività e dell’età di ritiro, gli eleviamo l’assegno ad esempio a 900 euro. Stiamo dando dei numeri facendo delle ipotesi solo perché si abbia un’idea del problema. Naturalmente lo schema deve essere strutturato in maniera precisa, e ci sono metodi che consentono di attuarlo a costo zero, ad esempio ricorrendo alla fiscalità generale, finanziandolo all’interno del sistema pensionistico. Faccio un esempio. Se io pago un’IRPEF con aliquota al 33%, una piccola parte (diciamo il 2% del reddito) possiamo destinarla a finanziare la Pensione di Garanzia. Alla fine, se io mi troverò in condizioni di povertà, riceverò un contributo che rimpolpa la mia troppo misera pensione. Se invece mi troverò in condizioni agiate, vorrà dire che avrò versato per contribuire al benessere comune. Come si fa con le assicurazioni. 

 

Ci sono in Europa dei sistemi pensionistici ai quali l’Italia potrebbe ispirarsi?

Direi il modello svedese. Lo cito perché la Svezia è insieme all’Italia fra i primi Paesi ad avere introdotto il metodo di calcolo contributivo: tanto versi con i contributi prelevati dalla paga mensile, tanto prenderai alla fine del ciclo lavorativo. La Svezia però ha affiancato al “contributivo” una consistente dose redistribuiva per attenuare il rischio di trattamenti pensionistici troppo limitati. Anche in Italia abbiamo varato ogni tanto dei provvedimenti di tipo redistributivo, ma in maniera confusa, modificando le regole a seconda delle diverse gestioni governative, magari per favorire questa o quella clientela. Il modello redistribuivo svedese invece è trasparente. Ad esempio il fatto di avere dei figli viene valorizzato portando la pensione oltre la soglia cui si arriverebbe con un mero calcolo contributivo.

 

Il sistema pensionistico italiano deve essere radicalmente modificato?

Lascerei l’architettura attuale che nel suo insieme permette di tenere sotto controllo i conti pubblici, il ché è una cosa positiva. In Italia però abbiamo fatto una sorta di “over-shooting”, siamo andati troppo in là, introducendo rigidità non necessarie. L’impianto originario della Riforma Dini degli anni novanta era buono. Valorizzava il calcolo contributivo ma prevedeva, naturalmente a certe condizioni e con casistiche dettagliate, un’ampia gamma di possibilità. L’età pensionabile ad esempio poteva oscillare dai 57 ai 65 anni sulla base delle preferenze individuali.

 

Sempre in tema di welfare, ma allargando il discorso oltre l’aspetto strettamente pensionistico, vorrei un suo giudizio complessivo sulla serie di interventi legislativi che si sono succeduti negli ultimi anni: Jobs Act, ASPI, NASPI, Reddito di Cittadinanza, etc. 

In estrema sintesi trovo molto positivo l’innalzamento dei sussidi di disoccupazione, che in precedenza erano offerti in maniera molto incompleta e disuguale. Trovo negativa invece l’enfasi eccessiva sulla flessibilità, dietro a cui sta l’idea che il lavoro sia un costo, da ridurre rendendolo ancora più flessibile di quanto già non sia. Questo atteggiamento è alla base della mancata crescita dei salari.

 

La sua opinione che il mercato del lavoro sia già abbastanza flessibile non è condivisa da altri economisti.

Lo so, e so che secondo alcuni prima del Jobs Act non era possibile licenziare. Falso. I dati effettivi, anche quelli riguardanti le aziende con più di 15 dipendenti, dimostrano il contrario. La realtà è che certe misure rientravano nella logica dell’indebolimento del fattore lavoro nella contrattazione. Il risultato sono i bassi salari da un lato e la riduzione del cuneo fiscale come arma principale per consentirne un innalzamento. In altre parole paga lo Stato, non le imprese.

 

Sul Reddito di Cittadinanza che giudizio dà?

Esisteva da tempo in molti altri Paesi. Finalmente è stato introdotto anche in Italia. Notoriamente viene spesso criticato come uno spreco di cui beneficiano anche coloro ai quali non spetterebbe. Allora comincio con il dire che il nome è sbagliato. Il termine “cittadinanza” allude a un diritto che compete a ciascuno indipendentemente dallo stato di bisogno. Invece si tratta di un reddito la cui concessione presuppone il possesso di vari requisiti. L’argomento principale d’accusa riguarda il suo livello, che viene considerato troppo alto. Ma se il reddito di cittadinanza fa per cosi dire concorrenza al salario, il motivo è che i salari sono troppo bassi. Se si può considerare eccessivo un reddito che per i “single” arriva a un massimo di 500 euro più un eventuale contributo di 280 euro per l’affitto, questo è la manifestazione plastica dell’esistenza di un altro problema: l’esiguità dei salari. Dunque a volte abbiamo a che fare con critiche strumentali da parte di chi vorrebbe che i salari rimanessero bassi. Altri puntano l’indice contro l’incentivazione al lavoro nero: per non rinunciare al sussidio, accetto di lavorare senza un contratto regolare per somme inferiori a quanto mi sarebbe dovuto. Ma è un ragionamento parziale. Il lavoro nero è diffuso a prescindere dal reddito di cittadinanza, ed il motivo è che i controlli sono insufficienti. Devo dire però che se il tema delle pensioni divide molto gli esperti, nessuno di loro contesta la necessità di un istituto simile al reddito di cittadinanza, che fra l’altro costa assai poco: meno dello 0,5% del PIL (Prodotto Interno Lordo). Equipararlo ad un incentivo al “divano” o all’illegalità è una forzatura propagandistica. Piuttosto sarebbe opportuno apportare alcuni correttivi. Ad esempio evitare che i single siano privilegiati rispetto alle famiglie numerose che in proporzione ricevono un reddito di cittadinanza molto inferiore. E poi è discriminatoria la norma che consente di erogarlo agli immigrati solo se risiedono in Italia da almeno dieci anni, anche se hanno regolarmente pagato le imposte in tutto quel periodo. Per finire solo un accenno, che meriterebbe una riflessione più approfondita: la madre di tutti i problemi, dalle pensioni al reddito di cittadinanza a tutte le varie voci del welfare, è il mercato del lavoro, con la compressione dei salari e la precarietà dell’occupazione.  



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